Visualizzazione dei cavi sottomarini sul fondo dell'oceano Atlantico, la spina dorsale fisica di internet che Russia, Iran e Big Tech si contendono nel 2026

Internet è immateriale. I cavi sul fondo dell’oceano no

Visualizzazione dei cavi sottomarini sul fondo dell'oceano Atlantico, la spina dorsale fisica di internet che Russia, Iran e Big Tech si contendono nel 2026

Z Side · Reality Glitch
A cura di Zoom Out Lab


Il 97% del traffico internet globale, email, streaming, operazioni bancarie, comunicazioni governative e militari, transita attraverso circa 600 cavi in fibra ottica adagiati sui fondali oceanici. Negli ultimi 18 mesi sono stati documentati 44 incidenti in 32 raggruppamenti geografici diversi. Nel Baltico una nave partita da San Pietroburgo è stata sequestrata con l’accusa di sabotaggio deliberato, nel Mar Rosso i cavi sono stati lesionati, tagliando le connessioni tra Asia ed Europa per settimane, nello Stretto di Hormuz, l’Iran ha avvertito esplicitamente che quella concentrazione di cavi sottomarini internet li rende un bersaglio. Internet è immateriale, la sua spina dorsale no.


Quando si parla di internet, l’immaginario che emerge è quello della nuvola, qualcosa di distribuito, diffuso, resiliente per definizione, capace di aggirare qualsiasi ostacolo perché costruito su ridondanza e percorsi alternativi. È una narrazione che ha una sua base storica, ma che nel 2026 descrive con sempre meno precisione la realtà fisica dell’infrastruttura che regge le comunicazioni globali. I cavi sottomarini internet non sono una tecnologia residuale in attesa di essere sostituita dai satelliti: sono la colonna portante di un sistema economico digitale che muove 10 trilioni di dollari al giorno in transazioni finanziarie, e la loro vulnerabilità è diventata uno dei temi strategici più urgenti della geopolitica contemporanea, proprio mentre quasi nessuno ne parla.

Il paradosso è preciso e vale la pena nominarlo subito: l’economia digitale, quella che si descrive come immateriale, distribuita, resiliente, poggia su circa 600 tubi fisici sul fondo degli oceani che attraversano stretti precisi, fondali mappabili, punti di approdo noti, e che possono essere tagliati da un’ancora, da un attrezzo da pesca, da un sottomarino militare o da una decisione politica.


Cosa sono e dove passano: la geografia che nessuno insegna

Un cavo sottomarino in fibra ottica è fisicamente un oggetto relativamente semplice: un fascio di fibre di vetro, ognuna più sottile di un capello umano, racchiuso in strati protettivi di plastica, acciaio e polietilene che in acque profonde raggiungono un diametro simile a quello di un tubo da giardino. Su queste fibre viaggiano segnali luminosi che trasportano dati a velocità di terabit al secondo, collegando continenti a distanze di migliaia di chilometri senza perdite significative di segnale grazie ad amplificatori posizionati ogni 50-100 chilometri lungo il percorso.

La rete attuale conta circa 600 dorsali per un totale di oltre 1,3 milioni di chilometri di cavi, una lunghezza sufficiente a circumnavigare la Terra più di 30 volte. Le rotte più critiche attraversano punti geografici dove la concentrazione di cavi è massima e la vulnerabilità fisica di conseguenza altissima: lo Stretto di Gibilterra, il Canale della Manica, il Mar Rosso, lo Stretto di Malacca, il Stretto di Hormuz. In questi passaggi obbligati, decine di cavi diversi corrono parallelamente lungo fondali ristretti, e un singolo incidente in uno di questi punti può interrompere simultaneamente una quota significativa delle comunicazioni tra interi continenti.

I danni, quando arrivano, non sono astratti. Nel marzo 2024, lesioni ai cavi nel Mar Rosso hanno ridotto del 25% la capacità di comunicazione tra Europa e Asia per settimane, costringendo il traffico dati a rerouting attraverso rotte alternative molto più lunghe con conseguente aumento delle latenze su scala globale. Banche, piattaforme cloud, servizi di streaming hanno tutti assorbito impatti misurabili, anche se raramente comunicati pubblicamente nei termini corretti.


44 incidenti in 18 mesi: quando la coincidenza smette di essere coincidenza

Finché i danni ai cavi sottomarini internet erano eventi rari e facilmente attribuibili a cause naturali o accidentali, ancore di navi, attività sismiche, reti da pesca, il sistema reggeva la narrativa della resilienza. Quando il numero di incidenti inizia a crescere in modo sistematico, e quando la distribuzione geografica degli episodi segue pattern difficilmente casuali, quella narrativa diventa più difficile da sostenere.

L’Insikt Group di Recorded Future ha documentato 44 incidenti in 32 distinti raggruppamenti geografici negli ultimi 18 mesi, definendo l’escalation come sistemica piuttosto che episodica. Gli analisti distinguono tra danni accidentali, incidenti ambigui dove la causa non è determinabile con certezza, e sabotaggio deliberato, ed è in quest’ultima categoria che si concentra la preoccupazione crescente dei governi e delle agenzie di intelligence occidentali.

Il caso più emblematico degli ultimi mesi è quello della nave Fitburg, partita da San Pietroburgo e diretta a Israele, sequestrata dalle autorità finlandesi con l’accusa di aver deliberatamente danneggiato un cavo sottomarino nel Baltico. Non è un episodio isolato: nel novembre 2024 due cavi nel Mar Baltico erano stati tagliati quasi simultaneamente, e le indagini avevano indicato come possibile causa il trascinamento deliberato di ancore da parte di navi cargo in transito, una tecnica di sabotaggio difficile da provare e altrettanto difficile da prevenire. La NATO ha rafforzato il monitoraggio dell’area, ma il Baltico è un mare chiuso con centinaia di navi in transito ogni giorno, e distinguere tra un’ancora che trascina per negligenza e un’ancora che trascina per ordine è operativamente quasi impossibile in tempo reale.


Chi possiede i cavi: quando Big Tech diventa infrastruttura strategica

C’è una dimensione di questa storia che complica ulteriormente il quadro, ed è la trasformazione del mercato della proprietà dei cavi sottomarini negli ultimi dieci anni. Tradizionalmente i cavi erano di proprietà di consorzi di operatori di telecomunicazioni, entità regolamentate con obblighi di servizio pubblico e meccanismi di governance condivisi tra operatori di paesi diversi. Questo modello è stato progressivamente eroso da un fenomeno che Agenda Digitale definisce con precisione: Google, Microsoft e Meta possiedono direttamente o affittano in modo esclusivo circa la metà della larghezza di banda sottomarina globale, arrivando a consumare oltre il 70% della capacità totale sulle rotte intercontinentali più critiche per collegare i propri data center regionali.

Il risultato è che una porzione crescente dell’infrastruttura su cui reggono le comunicazioni globali, incluse quelle governative e militari di decine di paesi, è di proprietà privata di tre aziende americane quotate in borsa. Quando la Fitburg ha reciso un cavo nel Baltico, ha interrotto connessioni che appartengono in parte a Zuckerberg. Quando l’Iran minaccia i cavi nello Stretto di Hormuz, sta minacciando infrastruttura che include proprietà di Google e Microsoft. Questa sovrapposizione tra interessi commerciali privati e sicurezza nazionale, già evidente nel caso dei data center AI nel Golfo Persico e nelle questioni energetiche che gravano sull’intera infrastruttura cloud globale, raggiunge con i cavi sottomarini la sua forma più concreta e meno governabile.


Lo Stretto di Hormuz: il collo di bottiglia che l’Iran ha nel mirino

La crisi militare in corso nel Golfo Persico ha aggiunto una dimensione acuta a una vulnerabilità che era già strutturale. Come riporta StartMag nell’analisi pubblicata il primo maggio 2026, l’agenzia semi-ufficiale iraniana Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha avvertito esplicitamente che la concentrazione di cavi internet in un unico stretto passaggio ha reso lo Stretto di Hormuz un punto vulnerabile per l’economia digitale regionale, e che questa vulnerabilità non sfugge alla valutazione strategica dell’IRGC.

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti di massima concentrazione di cavi sottomarini internet al mondo: attraverso quel passaggio corrono le connessioni tra Europa, India, Asia orientale e i paesi del Golfo che stanno investendo miliardi nell’infrastruttura AI, tra cui gli Emirati Arabi dove sorge il campus Stargate di OpenAI. Un taglio deliberato in quel punto non interromperebbe solo le comunicazioni commerciali della regione, ma colpirebbe direttamente la connettività di sistemi militari, piattaforme cloud e servizi AI che dipendono da quella rotta. Finora i cavi sono rimasti intatti, ma la minaccia è esplicita, la vulnerabilità è reale e la finestra temporale in cui questa rimane una possibilità teorica piuttosto che una realtà operativa dipende dall’evoluzione di un conflitto che nessuno controlla completamente.


La risposta: monitoraggio, ridondanza e una legge europea arrivata in ritardo

La risposta istituzionale si sta muovendo su più livelli, anche se con la velocità tipica dei processi regolatori europei rispetto alla rapidità con cui evolvono le minacce. La Commissione Europea ha pubblicato nell’ottobre 2025 il Security and Resilience of EU Submarine Cable Infrastructures Report, che ha portato all’EU Action Plan on Cable Security e alla Raccomandazione 2024/779, un sistema di valutazione del rischio con metodologie di stress test e indicazioni per la sorveglianza integrata che Cyber Security 360 descrive come il primo framework europeo organico sulla materia. La NATO ha rafforzato il monitoraggio nel Baltico e nell’Atlantico settentrionale, con pattugliamenti navali dedicati nelle aree dove corrono i cavi più strategici. Alcuni governi stanno valutando l’introduzione di cavi cosiddetti SMART, equipaggiati con sensori che rilevino anomalie fisiche in tempo reale, capaci di segnalare tentativi di manomissione molto prima che il danno diventi irreversibile.

Rimane però un problema strutturale che nessuna normativa risolve completamente: i tempi di riparazione di un cavo sottomarino in acque profonde richiedono settimane, a volte mesi, tra il tempo per localizzare il danno, dispiegare le navi di riparazione specializzate, recuperare il cavo dal fondale e ripristinare la continuità del segnale. Nel frattempo, le rotte alternative esistono, ma con capacità ridotta e latenze più alte, il che produce impatti concreti su tutti i servizi che dipendono da quella connettività, dagli istituti finanziari alle piattaforme cloud fino ai sistemi di comunicazione governativa.


Il paradosso che l’economia digitale non vuole raccontare

C’è qualcosa di rivelatore nel modo in cui questa vulnerabilità è stata comunicata, o meglio non comunicata, al pubblico generale negli anni in cui i cavi sottomarini internet venivano tagliati, lesionati o sabotati. Le aziende tech descrivono le proprie infrastrutture come distribuite, ridondanti, progettate per resistere a qualsiasi singolo punto di fallimento, e questa descrizione è accurata per molti tipi di guasti ma non per quello che succede quando vengono tagliati simultaneamente i cavi che collegano interi continenti in passaggi obbligati.

Lo stesso sistema che garantisce connessione istantanea a qualsiasi punto del pianeta, che permette di guardare un film in streaming su un server dall’altra parte del mondo come se fosse sul proprio computer, che sostiene le transazioni finanziarie in tempo reale e la comunicazione militare sicura di decine di governi, è fisicamente ancorato a infrastrutture che attraversano stretti militarmente contesi, fondali su cui operano sottomarini di stati rivali e rotte navali percorse da navi la cui innocenza è sempre più difficile da accertare.

Come il fallimento di una singola piattaforma di biglietteria ha fermato i musei di tutta Europa, e come la dipendenza da fornitori invisibili crea vulnerabilità sistemiche che nessun utente finale vede finché non si manifestano, anche la fragilità dei cavi sottomarini è un rischio strutturale che diventa visibile solo nel momento in cui qualcuno decide di agire su di esso. La differenza è che qui le conseguenze non riguardano un museo che non vende biglietti per un giorno o un browser che trasmette dati non autorizzati: riguardano le basi materiali su cui regge l’intera economia digitale globale, e il fatto che quelle basi siano fisicamente accessibili a chiunque sappia dove cercarle.

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Christian F. Digital Strategy Analyst
Christian Freda è analista, stratega digitale e co-founder di Zoom Out Lab. La sua passione per il digitale nasce dall’hardware: dai primi esperimenti con Commodore VIC-20, Spectrum e 386, fino a quasi trent’anni passati tra assemblaggio PC, sistemi, software e comportamento delle tecnologie. Oggi osserva marketing, branding, piattaforme e contenuti con lo stesso approccio: capire cosa c’è sotto la superficie, dove si inceppa il meccanismo e perché alcune strategie funzionano mentre altre falliscono.

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