Smartphone con mappa e pin di geolocalizzazione in primo piano, con un lavoratore al laptop sfocato sullo sfondo e un’icona di sorveglianza, a rappresentare la geolocalizzazione nello smart working e il monitoraggio dei dipendenti.

Geolocalizzazione smart working: quando il controllo diventa abuso

Smartphone con mappa e pin di geolocalizzazione in primo piano, con un lavoratore al laptop sfocato sullo sfondo e un’icona di sorveglianza, a rappresentare la geolocalizzazione nello smart working e il monitoraggio dei dipendenti.
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Z Side · Reality Glitch
A cura di Zoom Out Lab

Quando un sistema misura “presenza” invece di risultati, il lavoro smette di essere lavoro e diventa una prova di obbedienza digitale.

La geolocalizzazione smart working sembra una scorciatoia innocua: “verifico che il dipendente sia dove dice di essere”. Nella realtà è un cambio di regime: non stai organizzando il lavoro, stai trasformando la fiducia in tracciamento.

E non è un dibattito teorico: il Garante per la protezione dei dati personali ha chiarito che geolocalizzare i dipendenti in lavoro agile può essere illecito e ha riportato un caso con sanzione legata all’uso di un’app con funzione di localizzazione.


Quando “lavoro agile” diventa “smart control”

Nello smart working la promessa è semplice: più autonomia, più responsabilità, più obiettivi.
Il glitch nasce quando l’azienda prova a “misurare” quella promessa con la metrica sbagliata: la presenza.

La presenza fisica in ufficio era un proxy rozzo ma socialmente accettato.
La presenza “digitale” (GPS, mouse movement, screenshot, app di controllo) è un proxy molto più invasivo, perché entra nella vita privata con una scusa organizzativa.


Il caso italiano (fonte primaria): app con geolocalizzazione e sanzione

Nella newsletter dell’8 maggio 2025, il Garante ha riportato un caso relativo alla geolocalizzazione di dipendenti in smart working.
E nel provvedimento collegato si parla dell’impiego di un’app (Time Relax) con funzione di localizzazione, e delle criticità su base giuridica, informativa e proporzionalità.

Quello che conta, qui, non è il gossip sul singolo caso. È la lezione strutturale: quando una tecnologia rende possibile un controllo continuo, la tentazione di usarla “per sicurezza” diventa quasi automatica. E spesso si finisce oltre il confine.


Dove passa il confine: sicurezza legittima vs controllo a distanza

Molte aziende si raccontano così: “Non è controllo, è sicurezza / organizzazione / tutela”.
Il problema è che, nel diritto e nella pratica, non basta l’intenzione: conta l’effetto reale.

In Italia il tema dei controlli a distanza è storicamente sensibile (Statuto dei lavoratori + GDPR). E la letteratura divulgativa seria lo ripete: molte imprese fanno monitoraggio “male”, senza basi corrette, con rischi di sanzioni e danni reputazionali.

Il punto non è “non monitorare mai”. Il punto è: monitorare cosa, perché, per quanto, e con quali garanzie.


L’effetto collaterale che pochi ammettono: teatro del lavoro

Quando sai di essere tracciato, cambi comportamento. Non necessariamente lavori meglio: lavori per sembrare presente.

  • attività frammentate per risultare “online”
  • paura di pause legittime
  • stress e conflitto latente
  • più energia spesa in “compliance” che in risultati

È la versione aziendale del “punteggio sonno”: una metrica che pretende di descrivere la realtà e finisce per riscriverla.


Perché questa storia è più grande della geolocalizzazione

Qui si apre un pezzo importante (e molto attuale): oggi le aziende devono fare logging e monitoraggio per cybersecurity e compliance (anche per nuove normative). Il rischio è che il monitoraggio tecnico diventi, di fatto, controllo del lavoratore senza regole adeguate.

Quindi la domanda non è solo “mi possono geolocalizzare?”.
La domanda è: quanti dati sul lavoro digitale vengono raccolti, e quando diventano disciplinari?


Misurare fiducia è sempre una pessima idea

La geolocalizzazione nello smart working è un caso lampante perché è intuitiva e inquietante. Ma la lezione è generale:

  • se misuri “presenza”, ottieni presenza (teatrale)
  • se misuri “risultati”, ottieni risultati (con più autonomia)
  • se misuri “sospetto”, ottieni un’organizzazione basata sul sospetto

Il lavoro agile funziona quando la tecnologia supporta il lavoro, non quando lo sorveglia.


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Questo articolo fa parte di Z Side, il blog editoriale di Zoom Out Lab dedicato a osservare il digitale quando i sistemi smettono di essere strumenti e iniziano a riscrivere la realtà.

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Christian F. Digital Strategy Analyst
Christian Freda è analista, stratega digitale e co-founder di Zoom Out Lab. La sua passione per il digitale nasce dall’hardware: dai primi esperimenti con Commodore VIC-20, Spectrum e 386, fino a quasi trent’anni passati tra assemblaggio PC, sistemi, software e comportamento delle tecnologie. Oggi osserva marketing, branding, piattaforme e contenuti con lo stesso approccio: capire cosa c’è sotto la superficie, dove si inceppa il meccanismo e perché alcune strategie funzionano mentre altre falliscono.

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