Una scrivania da scrittore con un foglio bianco e una presenza luminosa e sfocata sullo sfondo, immagine del nodo tra autorialità umana e intelligenza artificiale

La macchina e i fantasmi

Una scrivania da scrittore con un foglio bianco e una presenza luminosa e sfocata sullo sfondo, immagine del nodo tra autorialità umana e intelligenza artificiale

Z Side · Reality Glitch
A cura di Zoom Out Lab

Cosa resta della scrittura quando a produrre testi è l’intelligenza artificiale

Un filosofo di Hong Kong acclamato da mezza Europa. Un saggio sulla manipolazione della realtà nell’era digitale. Un dettaglio: l’autore non esiste, e il libro è stato scritto con l’intelligenza artificiale. Il caso Ipnocrazia riapre la domanda più antica sul rapporto tra intelligenza artificiale e scrittura: cosa resta dell’autore umano quando a produrre testi è una macchina?


C’è un filosofo di Hong Kong di nome Jianwei Xun che ha scritto un saggio molto acuto sulla manipolazione della realtà nell’era digitale. Il libro si intitola Ipnocrazia, è stato pubblicato da Tlon nel gennaio 2025 e ha ricevuto attenzione da Le Monde, Wired USA, The New York Times e persino da Emmanuel Macron, che si è detto colpito dall’opera. Il successo è stato tale che Gallimard ha tentato di acquistarne i diritti.

Peccato che Jianwei Xun non esista.

Nell’aprile dello stesso anno, infatti, l’inchiesta de L’Espresso ha rivelato che dietro quel nome c’era Andrea Colamedici, fondatore di Tlon, casa editrice e scuola di filosofia, e un’intelligenza artificiale. Colamedici ha definito l’operazione una “performance narrativa”, giacché la stessa esistenza del libro dimostrava le proprie tesi.

La vicenda colpisce perché tocca uno dei nodi centrali della scrittura contemporanea. Se un autore inesistente riesce a convincere critici, editori e lettori della propria autenticità, e se un testo generato dall’intelligenza artificiale viene accolto con entusiasmo prima che ne venga svelata l’origine, allora ha ancora senso parlare di autorialità? La firma umana è ancora qualcosa di non riproducibile? Oppure rischia di diventare un dettaglio simbolico, mentre le macchine imparano a imitare sempre meglio stile, esperienza ed emozioni? L’IA, nell’ambito della scrittura, è davvero un’intelligenza paragonabile alla nostra?

Queste domande non nascono oggi, ma attraversano la riflessione sulla letteratura da ben prima dell’era digitale, quando, in tempi ancora non sospetti, altri avevano già intravisto la possibilità di uno scrittore-macchina e ne avevano messo in discussione i confini.

I fantasmi di Italo Calvino

Siamo negli anni Sessanta. Italo Calvino tiene una serie di conferenze tra Italia ed Europa in cui si interroga su una possibilità allora ancora teorica: può esistere una macchina in grado di sostituire lo scrittore?

Nel saggio Cibernetica e fantasmi (Appunti sulla narrativa come processo combinatorio), presentato come conferenza nel 1967 e poi inserito in Una pietra sopra nel 1980, la narrazione viene descritta come una macchina combinatoria capace di generare storie infinite a partire da un numero finito di elementi, siano essi personaggi, azioni o funzioni. In questi anni Calvino sta per dare inizio alla sua collaborazione con l’Oulipo, gruppo parigino d’avanguardia letteraria, e cita l’opera di Raymond Queneau, Centomila miliardi di poemi, del 1961, come esempio estremo di letteratura combinatoria. In questo testo, Queneau utilizza 10 sonetti ciascuno composto da 14 versi, strutturati in modo che ogni verso sia sostituibile con quello corrispondente degli altri sonetti, permettendo al lettore di comporre un numero di poesie diverse pari a 10 elevato alla 14 (ossia cento mila miliardi, appunto). La sua idea centrale è che la letteratura possa essere assimilabile nella sua struttura a un meccanismo combinatorio di natura matematica. Cioè: la scrittura può essere progettata come un congegno narrativo.

Lo scrittore, in fondo, è già una macchina.

Ma Calvino introduce una distinzione decisiva. Da una parte c’è la cibernetica: la struttura, il calcolo, il meccanismo combinatorio. Dall’altra ci sono i fantasmi: l’inconscio, la memoria, il trauma, il desiderio, tutto ciò che nella scrittura sfugge alla pura logica dell’organizzazione. Il processo meccanico può essere affidato a una macchina. Il fantasma no.

Sessant’anni dopo, quella macchina esiste davvero. E funziona quasi esattamente come lui aveva immaginato.

Come funziona la scrittura IA?

Immagina un’entità che ha letto praticamente tutto ciò che gli esseri umani hanno scritto: romanzi, saggi, articoli, sceneggiature, manuali tecnici, poesia, filosofia.

E che non ha compreso niente.

I grandi modelli linguistici, ossia gli LLM alla base di sistemi come ChatGPT, Gemini o Claude, funzionano proprio così: assorbono enormi quantità di testo, lo scompongono in unità minime e imparano a riconoscere le relazioni statistiche tra queste unità: quali parole tendono a comparire insieme, quali strutture si ripetono, quali sequenze producono determinati effetti narrativi. Non apprendono il linguaggio in maniera testuale, ma lo trasformano in una mappa numerica di probabilità. Per la macchina il linguaggio è pura correlazione.

Cosa significa dire che “non ha compreso niente”?

Significa riconoscere che anche se l’IA possiede una quantità di informazioni immensamente superiore a quella che un essere umano potrebbe accumulare in una vita intera, il suo modo di apprendere non consente alla conoscenza di trasformarsi in consapevolezza. L’IA non è in grado di usare ciò che impara per innescare una rivoluzione del pensiero, spalancare prospettive nuove di sguardo, oltrepassare la superficie delle cose, o mettere radicalmente in dubbio ciò che ha appreso. Il dubbio, nell’IA, può nascere dal confronto tra informazioni incompatibili, ma non da una coscienza critica autonoma.

Lo ha chiarito Gino Roncaglia, filosofo dell’informazione all’Università di Roma Tre, in diversi interventi recenti dedicati ai modelli generativi e al sapere digitale: occorre distinguere con precisione la capacità di usare il linguaggio dalla capacità di comprenderlo. Si tratta di due livelli spesso confusi perché l’abilità espressiva viene immediatamente interpretata come competenza semantica. Gli LLM, tuttavia, possono produrre testi perfettamente coerenti, o persino brillanti, senza che questo implichi alcuna forma di comprensione critica. Nella filosofia della mente, Ned Block ha insistito a lungo su una distinzione analoga tra competenza funzionale e coscienza fenomenica. Anche quando un sistema linguistico è in grado di superare test comportamentali sofisticati, come il test di Turing, ciò non costituisce evidenza della presenza di esperienza soggettiva o di comprensione cosciente.

Forse, però, la definizione più precisa è arrivata dal filosofo Luciano Floridi. Nel saggio La differenza fondamentale (2025) propone di smettere di chiamarla “intelligenza artificiale”, trovano più adatto, invece, l’uso del termine “agenzia artificiale”: l’IA non va intesa come una forma di intelligenza, bensì come una nuova forma di “agency”, in quanto è un insieme potentissimo di capacità computazionali in grado di agire nel mondo con efficacia e successo, senza però possedere alcuna intelligenza.

Due scritture

Ora cercheremo di osservare come gli argomenti fin qui trattati si riflettano nell’uso concreto della scrittura. Partiamo da una posizione che non dovrebbe avere nulla di scandaloso: usare l’IA per fare storytelling o narrativa di consumo è lecito, sensato, efficace e, per certi versi, persino auspicabile. Ma per capire perché e, soprattutto, fino a che punto possa spingersi nella scrittura narrativa, bisogna evitare una trappola: pensare che esista una sola letteratura. Non è così. E la distinzione conta.

Ce n’è una che nasce per il mercato e nel mercato si esaurisce; e ce n’è un’altra che, per sua natura, non potrà mai ridursi a merce. È questa una distinzione utile più come strumento descrittivo che come gerarchia stabile: la letteratura resiste alle classificazioni nette, e ogni tentativo di fissarla produce immediatamente eccezioni. Basti pensare a Dumas, Verne o Dickens: autori considerati spesso “di serie B” nell’Ottocento, le cui opere venivano pubblicate a puntate e lette come intrattenimento, ma che oggi sono pienamente canonizzati. Questo per dire che il confine tra consumo e valore letterario si rivela da sempre una linea mobile, porosa, storicamente instabile.

Detto questo, una distinzione operativa resta necessaria per leggere l’editoria contemporanea e per capire dove si colloca oggi l’intelligenza artificiale.

Da una parte c’è la narrativa di consumo: romance, thriller, fantasy, romantasy. È la narrativa delle classifiche, dei trend algoritmici, della circolazione rapida sui canali social; una narrativa che si legge in tempi brevi e che spesso si consuma insieme alla propria funzione immediata: evasione, divertimento, riconoscimento, bisogno di leggerezza. In questo perimetro, che il testo sia scritto da un autore umano, generato interamente da una chatbot o prodotto da un autore umano con un grande supporto di sistemi generativi, incide relativamente poco: ciò che conta è la sua capacità di vendere e di produrre un’esperienza di consumo immediata e ripetibile.

Dall’altra parte c’è una letteratura che sfugge a questa logica. È quella che Calvino, ragionando sul rapporto tra scrittura e macchina, avvicinava alla dimensione dei “fantasmi”: ciò che eccede la struttura, la tecnica, persino lo stile. Qui la questione non è soltanto raccontare una storia, ma produrre uno sguardo sul mondo esplorando l’abisso dell’esperienza umana, dando forma linguistica al trauma, alla memoria, al desiderio, al lutto. È una letteratura che non rappresenta il reale: lo attraversa.

Ed è qui che il discorso cambia prospettiva.

La narrativa di consumo, anche quando prodotta con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, si inserisce bene nelle logiche del mercato editoriale. Analogamente funziona per i grandi classici: opere continuamente ristampate e ormai sottratte alle oscillazioni economiche del presente, sostenute da una domanda culturale stabile e consolidata. Tra questi due poli si colloca anche una parte della narrativa letteraria contemporanea: una scrittura ancora pienamente umana, capace di affrontare temi complessi e filosofici attraverso forme narrative accessibili a un pubblico ampio. Sono libri che mantengono una forte riconoscibilità letteraria senza rinunciare alla circolazione commerciale.

Esiste poi un ulteriore livello, più fragile e meno visibile: quello degli autori minori. Scrittori spesso privi di reti promozionali, esclusi dai meccanismi di potere e legittimazione dei grandi premi letterari, pubblicati da editori indipendenti o in collane a bassa redditività. I loro libri circolano poco, ma continuano a esistere grazie a una filiera ristretta fatta di editori, redattori, traduttori, librai e lettori che ne riconoscono il valore di ricerca.

È proprio qui che la dimensione economica della narrativa di consumo, inclusa quella prodotta con l’IA, assume un ruolo decisivo: i testi ad alta circolazione garantiscono al sistema editoriale volumi, margini e stabilità economica, rendendo possibile, almeno indirettamente, la pubblicazione di opere meno commerciali e più sperimentali. Il punto, allora, non è chiedersi se la scrittura umana verrà sostituita dall’IA, ma riconoscere come l’uso dell’IA finisca per inserirsi in un meccanismo antico dell’editoria: sono sempre stati i libri più venduti a sostenere, economicamente, quelli destinati a pochi. In questo senso, il commerciale continua a finanziare il non commerciale.

La questione, quindi, non riguarda tanto la capacità dell’intelligenza artificiale di produrre romanzi sempre più credibili né la progressiva automazione della narrativa d’intrattenimento, già in corso. La domanda è un’altra: che cosa accade a una cultura quando non ha più bisogno dei suoi “fantasmi”?

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Isabella Santarelli
Isabella è ingegnere, ricercatrice, imprenditrice e copywriter, con esperienza pluriennale tra progettazione, ricerca, comunicazione digitale e social media management. Ha lavorato su rigenerazione urbana, riuso dei siti estrattivi e progettazione architettonica contemporanea, maturando competenze in ricerca accademica, gestione d’impresa e amministrazione economico-finanziaria. In Zoom Out Lab unisce metodo analitico, sensibilità narrativa e competenze digitali per sviluppare contenuti, strategie social e progetti di comunicazione capaci di trasformare idee complesse in messaggi chiari, riconoscibili e coerenti.

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