Bambina seduta davanti a una torta di compleanno mentre più smartphone la riprendono da vicino, a rappresentare lo sharenting e la costruzione dell’identità digitale dei figli sui social.

Sharenting: quando i social costruiscono tuo figlio

Bambina seduta davanti a una torta di compleanno mentre più smartphone la riprendono da vicino, a rappresentare lo sharenting e la costruzione dell’identità digitale dei figli sui social.

Z Side · Reality Glitch
A cura di Zoom Out Lab

Quando una foto sembra innocente ma resta online per anni, il problema non è il post. È il futuro che hai appena pubblicato

Lo sharenting è la condivisione costante online, da parte dei genitori, di foto, video e informazioni sui figli. Detto così sembra quasi una parola da convegno noioso, ma il punto è molto meno teorico: stai costruendo l’identità digitale di una persona prima che possa scegliere come raccontarsi. Il Garante Privacy definisce proprio così il fenomeno e lo collega ai rischi per l’identità del minore e per la sua crescita personale.

Il problema non è la singola foto al mare o il compleanno con la torta storta. Il problema è la normalizzazione dell’archivio: ecografie, scuola, facce buffe, pianti, malattie, nudità parziali, punizioni, momenti imbarazzanti. Tutto caricato con amore, sì, ma anche con una leggerezza digitale da manuale del caos. UNICEF Italia avverte esplicitamente che condividere contenuti troppo personali o imbarazzanti, e soprattutto immagini di nudità anche parziale, espone a rischi seri, inclusi riusi illeciti delle immagini.


Il glitch: l’affetto diventa infrastruttura di dati

Qui sta la frattura interessante: il gesto è emotivo, ma l’effetto è tecnico.

Un genitore pubblica per affetto, orgoglio, memoria, socialità. La piattaforma, invece, vede immagini, metadati, volti, relazioni, abitudini, luoghi, orari, pattern familiari. Non sta “guardando un momento tenero”: sta organizzando dati. Ed è per questo che il Garante insiste sul fatto che la privacy del minore vale più di un like e che lo sharenting va letto come un tema di diritti, non di semplice buon gusto.

Il glitch, in sostanza, è questo: tu pensi di condividere ricordi, il sistema accumula identità.


Sharenting e identità digitale: il profilo esiste prima della persona

La parte più scomoda è che il bambino non sta solo “comparendo online”. Sta ereditando una presenza digitale già raccontata da altri.

Il Garante collega lo sharenting alla corretta formazione della personalità del minore. Non è una formula giuridica buttata lì per fare atmosfera: vuol dire che essere costantemente narrati, fotografati e commentati online può influenzare il modo in cui una persona viene percepita prima ancora di poter scegliere da sola.

UNICEF Italia aggiunge un dato culturale interessante: la consapevolezza del problema resta bassa, eppure i ragazzi lo percepiscono eccome. In un report diffuso nel 2025, l’80% dei giovani che hanno risposto si è dichiarato contrario allo sharenting, e il 91% ritiene molto importante essere informato sui rischi del navigare in rete.

Detto fuori dal burocratese: i figli spesso capiscono il problema prima dei genitori.


Perché questo tema è più grande della privacy

Ridurre tutto a “privacy” è comodo, ma è stretto.

Lo sharenting tocca almeno quattro livelli insieme:

  • reputazione futura, perché internet non dimentica con la grazia con cui dimenticano i parenti;
  • sicurezza, perché immagini e routine possono essere riusate o contestualizzate male;
  • dignità, perché molte pubblicazioni sono umilianti o invasive;
  • potere narrativo, perché qualcun altro sta decidendo come esisti online.

UNICEF insiste proprio sulla necessità di evitare la pubblicazione di informazioni troppo personali e di contenuti che possano diventare imbarazzanti o pericolosi nel tempo.

Questa è la parte che crea curiosità vera: non stiamo parlando solo di “genitori troppo social”. Stiamo parlando di biografie digitali scritte per procura.


L’effetto collaterale che nessuno considera: il figlio diventa contenuto

Sui social ogni contenuto entra in una macchina di visibilità. Più una cosa è tenera, buffa, estrema o emotiva, più funziona. E qui il sistema fa il suo lavoro da sistema: premia la pubblicazione, non la prudenza.

Così il figlio rischia di diventare una categoria di contenuto. Non nel senso mostruoso da film distopico, ma in quello banalissimo del feed: il bambino che mangia male, cade, piange, balla, fa la faccia strana, dorme, viene vestito uguale alla mamma, diventa format. È qui che l’affetto si sporca di performance.

Il Garante lo dice in modo istituzionale, ma il succo è quello: la condivisione eccessiva può compromettere il diritto del minore a costruire liberamente la propria identità.


Sharenting e consenso: il punto che fa saltare tutto

Molti adulti ragionano così: “Sono mio figlio, decido io”. Legalmente e praticamente, la questione è più delicata.

Il nodo non è solo l’autorizzazione del genitore oggi. Il nodo è il diritto futuro del minore a non ritrovarsi già definito, esposto o schedato da una massa di contenuti che non ha scelto. Il Garante ha dedicato a questo tema guide, podcast e pagine informative proprio per spostare la discussione dalla potestà al rispetto.

In altre parole: puoi avere il potere di pubblicare, ma non per questo è una buona idea usarlo come una mitragliatrice di storie.


Non tutto ciò che puoi condividere va condiviso

La regola più intelligente non è “mai pubblicare nulla” sarebbe irrealistica e anche un po’ monastica. La regola è un’altra: tratta la presenza digitale di tuo figlio come qualcosa che un giorno dovrà abitare lui, non tu.

Questo cambia tutto.
Ti obbliga a chiederti:

  • lo pubblicherei anche a 16 anni?
  • lo mostrerei a un estraneo?
  • lo pubblicherei se non ci fosse nessun like?
  • sto conservando un ricordo o sto cercando una reazione?

Quando togli di mezzo il premio del social, spesso resta la verità nuda: metà delle cose pubblicate non servivano affatto.


Ecosistema Z Side

Questo articolo fa parte di Z Side, il blog editoriale di Zoom Out Lab dedicato a osservare il digitale quando i sistemi smettono di essere strumenti e iniziano a riscrivere la realtà.

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Christian F. Digital Strategy Analyst
Christian Freda è analista, stratega digitale e co-founder di Zoom Out Lab. La sua passione per il digitale nasce dall’hardware: dai primi esperimenti con Commodore VIC-20, Spectrum e 386, fino a quasi trent’anni passati tra assemblaggio PC, sistemi, software e comportamento delle tecnologie. Oggi osserva marketing, branding, piattaforme e contenuti con lo stesso approccio: capire cosa c’è sotto la superficie, dove si inceppa il meccanismo e perché alcune strategie funzionano mentre altre falliscono.

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