Un telefono con l'app di una neobank aperta sulla schermata principale mentre in background scorrono voci di costo in caratteri minuscoli, immagine del mito del zero commissioni nel fintech

Zero commissioni, la promessa più diffusa del fintech. E la più parziale

Un telefono con l'app di una neobank aperta sulla schermata principale mentre in background scorrono voci di costo in caratteri minuscoli, immagine del mito del zero commissioni nel fintech

Z Side · Reality Glitch
A cura di Zoom Out Lab


Revolut, N26, Trade Republic, eToro, Degiro: tutte le principali piattaforme fintech italiane comunicano costi di accesso bassissimi o nulli. La scritta “zero commissioni” compare in homepage, nelle campagne social, nelle sponsorizzate. Tecnicamente è vera. Nella pratica, le commissioni nascoste fintech esistono, si chiamano in modo diverso, e per molti utenti pesano più delle commissioni dichiarate che le banche tradizionali applicavano apertamente.


“Zero commissioni” è la promessa che ha conquistato una generazione di piccoli investitori italiani negli ultimi dieci anni, portandoli ad abbandonare i conti titoli delle banche tradizionali per affidarsi a piattaforme più agili, più economiche, più trasparenti. La promessa era reale, almeno in parte: le commissioni d’ordine sulle azioni, quelle che le banche italiane applicavano per ogni operazione di acquisto o vendita, sono cadute verso lo zero su quasi tutte le piattaforme che si rivolgono ai piccoli risparmiatori. Il risparmio rispetto al decennio precedente è concreto e verificabile.

Il problema nasce nel momento in cui “zero commissioni” viene interpretato come “nessun costo”, perché le due affermazioni descrivono realtà molto diverse. La prima riguarda un tipo preciso di addebito; la seconda descrive un universo economico che non esiste.

Cosa significa davvero “zero commissioni”

Come spiega la guida di Rankia sui broker a zero commissioni per il mercato italiano, la dicitura “zero commissioni” si riferisce quasi sempre alla commissione d’ordine, cioè alla cifra fissa o percentuale che la piattaforma addebita per eseguire un’operazione di acquisto o vendita. Quando XTB, Degiro o eToro dicono che si può investire in azioni ed ETF senza commissioni, stanno dicendo che quella singola voce di costo vale zero. Tutto il resto no.

Il primo costo che sopravvive alla promessa è lo spread, la differenza tra il prezzo a cui si compra e quello a cui si vende uno stesso asset in un dato momento. Non è una commissione nel senso tecnico del termine, e quindi non compare nella voce “zero commissioni”; è però un costo reale che l’utente paga su ogni operazione, incorporato automaticamente nel prezzo di esecuzione. eToro, per esempio, costruisce il proprio modello di ricavo principalmente sullo spread, non sulle commissioni di ordine: guadagna sulla differenza tra il prezzo che paga il mercato e quello che mostra all’utente. “Zero commissioni” è corretto; “zero costi” sarebbe falso.

Il secondo costo riguarda il cambio valuta. Chiunque acquisti azioni americane, che rappresentano la grande maggioranza dei titoli più ricercati dagli investitori retail, paga una conversione da euro a dollaro. Trade Republic applica uno spread dello 0,5% su questa conversione: su un acquisto di azioni Apple da 1.000 euro, quel mezzo punto percentuale vale 5 euro, cifra che scompare nel prezzo finale senza una voce separata in estratto conto. Su un portafoglio che accumula nel tempo, con rientri e uscite regolari, la somma di questi spread di conversione diventa rilevante, soprattutto se comparata con le commissioni fisse di una banca tradizionale che almeno le rendeva visibili.

I casi concreti che le campagne marketing non citano

Il caso più interessante per capire la distanza tra la narrazione e la realtà è quello delle criptovalute, perché lì le cifre sono meno ambigue e la discrepanza tra la promessa e il costo effettivo è immediata.

Revolut applica commissioni sul trading di criptovalute comprese tra lo 0% e l’1,49%, a seconda del piano di abbonamento e del volume mensile. Un utente con il piano Standard gratuito paga l’1,49% su ogni operazione in crypto; chi ha un piano Premium paga lo 0,99%; chi ha il piano Metal lo 0,49%. Il piano Ultra, quello più costoso, azzera le commissioni ma solo sopra certi volumi. Su una piattaforma che si presenta come alternativa economica alle banche, queste percentuali sono comparabili o superiori a quelle delle banche tradizionali sullo stesso tipo di operazione.

N26 applica commissioni dell’1,5% per l’acquisto di Bitcoin e del 2,5% per le altcoin: una cifra che, per un utente che avesse acquistato 500 euro di Ethereum negli ultimi dodici mesi, vale 12,50 euro di commissione su un singolo acquisto, qualcosa che molte banche tradizionali non avrebbero fatto peggio.

Le commissioni sulle criptovalute non compaiono nella comunicazione principale di queste piattaforme, che si concentra sul conto corrente, sui pagamenti esteri e sul cambio valuta; si trovano nel momento in cui si naviga verso le funzionalità di investimento, dentro tabelle comparative che richiedono uno sforzo attivo di lettura. Il tema, però, si estende ben oltre le crypto, come riconosce la stessa guida ai broker zero commissioni di Rankia: le commissioni di prelievo, i costi di inattività per i conti inattivi, le commissioni sui trasferimenti fuori dai circuiti gratuiti, le maggiorazioni sul cambio valuta fuori dall’orario di mercato, compongono una struttura di costo reale che l’utente si trova a esplorare solo dopo aver già scelto la piattaforma.

Il design che guida verso i servizi a pagamento

C’è una logica di product design che attraversa quasi tutte le piattaforme fintech, ed è la stessa che abbiamo già analizzato nel contesto degli abbonamenti che continuano a rinnovarsi in silenzio: offrire un piano gratuito con limitazioni calibrate per rendere naturale il passaggio a quello a pagamento, senza che quella transizione sia mai comunicata come una necessità o presentata come una scelta pesante.

Revolut Standard è gratuito, ma offre tre prelievi gratuiti al mese; oltre quel limite, ogni prelievo costa due euro. Per chi usa il conto corrente digitale come principale strumento quotidiano e preleva più volte a settimana, il piano Standard smette rapidamente di essere gratuito, e il confronto con un conto bancario tradizionale diventa meno netto di quanto la campagna marketing suggerisca. Chi vuole prelievi illimitati passa al piano Plus da 4,99 euro al mese, poi al Premium a 9,99, poi al Metal a 17,99; a quel punto il risparmio rispetto alla banca tradizionale esiste ancora, ma richiede un calcolo che quasi nessuno fa al momento della scelta iniziale.

La progressione è progettata per essere confortevole. Ogni upgrade sembra ragionevole rispetto al precedente, ogni funzionalità aggiuntiva giustifica la spesa incrementale; nel percorso, però, si trasforma un prodotto presentato come gratuito in un abbonamento mensile. È la stessa logica che i dark pattern applicano sistematicamente in molti ambiti digitali: rendere la scelta più costosa quella che sembra più ovvia nel contesto dell’esperienza utente.

Il modello di business che nessuno spiega all’onboarding

Dietro la promessa “zero commissioni” c’è una domanda che quasi nessun utente si pone nel momento in cui apre un conto: se questa piattaforma non mi fa pagare le commissioni, come guadagna?

Le risposte sono multiple, non sempre trasparenti, e a volte riguardano direttamente gli interessi dell’utente. Alcune piattaforme guadagnano sullo spread, come già descritto. Alcune vendono piani premium utilizzando i limiti del gratuito come leva. Alcune applicano commissioni sui servizi accessori, crypto, valute esotiche, strumenti derivati. Alcune hanno fino a poco tempo fa applicato il payment for order flow, ovvero la vendita dei dati sugli ordini dei clienti a market maker che usavano quelle informazioni per operare nel mercato, una pratica vietata nell’Unione Europea dal 2024 nell’ambito delle norme MiFID II, ma che ha caratterizzato per anni il funzionamento di piattaforme come Robinhood negli Stati Uniti e ha avuto varianti europee in diversi operatori.

La questione rilevante non è che questi modelli di ricavo siano illegali; nella maggior parte dei casi sono legittimi e dichiarati, almeno nei documenti che nessuno legge. La questione è che il messaggio principale, quello che guida la scelta dell’utente, è costruito sulla voce di costo più visibile e simbolicamente significativa, la commissione d’ordine, messa a zero per creare una percezione di convenienza totale. Come per il buy now pay later, la distanza tra la percezione e la realtà del costo è uno degli strumenti più efficaci dell’economia digitale contemporanea, e funziona meglio proprio con chi ha meno esperienza finanziaria per riconoscerla.

Quanto vale davvero il risparmio

Tutto questo non significa che il fintech sia più costoso delle banche tradizionali, perché nella media non lo è. Per operazioni frequenti in euro, per pagamenti esteri, per acquisti con carta in valuta straniera, le piattaforme digitali offrono condizioni strutturalmente migliori di quelle che la grande maggioranza delle banche italiane applica ancora oggi.

Il punto è più sottile: il risparmio esiste, ed è reale in molte situazioni; ma dipende da come si usa il servizio, da quali funzionalità si attivano, da quante operazioni si fanno in un mese, da se si investe in euro o in dollari, e da una serie di variabili che cambiano il calcolo in modo significativo. “Zero commissioni” è una promessa vera in senso stretto e fuorviante in senso pratico, perché suggerisce che il costo sia prevedibile e controllabile quando invece si nasconde in dettagli che richiedono attenzione e competenza per essere identificati.

La domanda che vale la pena farsi prima di scegliere una piattaforma fintech, sia che si tratti di un conto corrente, di una app per investire o di un exchange crypto, è diversa da quella che le campagne marketing invitano a fare. La domanda giusta non è “questa piattaforma ha zero commissioni?”. È: “come guadagna questa piattaforma, e in quale di quei meccanismi finisco io?”

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Christian F. Digital Strategy Analyst
Christian Freda è analista, stratega digitale e co-founder di Zoom Out Lab. La sua passione per il digitale nasce dall’hardware: dai primi esperimenti con Commodore VIC-20, Spectrum e 386, fino a quasi trent’anni passati tra assemblaggio PC, sistemi, software e comportamento delle tecnologie. Oggi osserva marketing, branding, piattaforme e contenuti con lo stesso approccio: capire cosa c’è sotto la superficie, dove si inceppa il meccanismo e perché alcune strategie funzionano mentre altre falliscono.

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