Una folla di figure identiche e senza volto davanti agli schermi, immagine della dead internet theory e del web in cui i bot hanno superato gli esseri umani

Metà di internet non è più umana e non è una teoria del complotto

Una folla di figure identiche e senza volto davanti agli schermi, immagine della dead internet theory e del web in cui i bot hanno superato gli esseri umani

Z Side · Reality Glitch
A cura di Zoom Out Lab


Nel 2024, per la prima volta nella storia di internet, i bot hanno superato gli esseri umani. Il 51% del traffico web globale è generato da software automatici, non da persone. Il 74% delle nuove pagine pubblicate online contiene contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale. Su X, circa due account su tre potrebbero essere automatizzati. La dead internet theory, nata come teoria del complotto su un forum nel 2021, oggi non è più una teoria. È una statistica.


La dead internet theory comincia nel 2021, su un forum di nicchia chiamato Agora Road’s Macintosh Cafe, con un post firmato da un utente che si faceva chiamare IlluminatiPirate. Il titolo era “Dead Internet Theory: Most Of The Internet Is Fake”, e la tesi suonava come una delle tante paranoie che popolano gli angoli più strani del web: internet sarebbe morto intorno al 2016, e da allora la maggior parte dei contenuti non sarebbe più prodotta da esseri umani, ma da bot e algoritmi che parlano con altri bot e altri algoritmi, in un teatro vuoto dove gli spettatori reali sono ormai una minoranza.

Per anni è rimasta esattamente questo: una battuta da forum, materiale per discussioni notturne tra appassionati di cospirazioni digitali. Poi qualcosa è cambiato. I numeri hanno iniziato a darle ragione, le persone che li raccolgono hanno iniziato a prenderla sul serio, e persino chi ha contribuito a costruire l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale ha cominciato a guardare il proprio lavoro con un certo disagio. Nel 2026, parlare di dead internet theory non significa più discutere di una cospirazione. Significa leggere i dati.

I numeri che hanno trasformato una battuta in statistica

Il dato che ha cambiato la conversazione arriva da Imperva, una delle principali società di cybersicurezza al mondo, che ogni anno pubblica il Bad Bot Report, considerato la fonte più autorevole sul tema. Il Bad Bot Report di Imperva ha certificato che nel 2024, per la prima volta nella storia della rete, il traffico generato dai bot ha superato quello generato dagli esseri umani: 51% contro 49%. Il sorpasso non è arrivato all’improvviso. Nel 2021 i bot erano al 42,35%, nel 2023 al 49,6%. La curva sale con costanza, e nel 2024 ha tagliato la linea che separa la maggioranza dalla minoranza.

Il traffico automatizzato è una parte del problema, ma non è la più inquietante. La parte più inquietante riguarda i contenuti. Un’analisi di Ahrefs su 900.000 pagine web pubblicate nell’aprile 2025 ha rilevato che il 74,2% conteneva materiale generato dall’intelligenza artificiale. Soltanto un quarto delle nuove pagine era scritto interamente da esseri umani. Su X, secondo diverse stime, circa il 64% degli account sarebbe automatizzato. I post lunghi di LinkedIn risultano per il 54% generati dall’AI. Uno studio di Amazon ha calcolato che il 57% di tutti i contenuti pubblicati online è prodotto tramite intelligenza artificiale o tradotto attraverso sistemi automatici. Cloudflare ha rilevato che bot e crawler AI sono la classe dominante di traffico sulla rete aperta.

Timothy Shoup, del Copenhagen Institute for Futures Studies, ha avanzato una previsione che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata fantascienza: entro il 2030, il 99% dei contenuti online potrebbe essere generato dall’intelligenza artificiale. Guardando la traiettoria attuale, è una proiezione che fatica a sembrare esagerata.

La svolta: quando chi costruisce l’AI inizia a preoccuparsi

Il momento simbolico in cui la dead internet theory è passata dai forum al dibattito mainstream porta la firma di una persona inaspettata. Nel settembre 2025, Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI e una delle figure più influenti nella diffusione dell’intelligenza artificiale generativa, ha scritto su X una frase che ha fatto il giro del mondo: non aveva mai preso sul serio la dead internet theory, ma ormai gli sembrava ci fossero davvero moltissimi account gestiti da modelli linguistici.

Sam Altman ha ammesso pubblicamente qualcosa di paradossale, perché l’azienda che guida è tra le principali responsabili dell’esplosione dei contenuti sintetici che hanno reso la teoria plausibile. La sua ammissione è arrivata mentre il settore affrontava una crisi specifica, ovvero la difficoltà crescente di trovare contenuti umani autentici per addestrare i sistemi di intelligenza artificiale. Anche Alexis Ohanian, cofondatore di Reddit, ha lanciato pubblicamente l’allarme sulla morte della rete. Come riassume l’analisi di Time sul fenomeno, il linguista Adam Aleksic ha aggiunto un’osservazione che chiude un cerchio interessante: le persone reali hanno iniziato ad assorbire i tic linguistici dei modelli, scrivendo in modo sempre più simile alle macchine. Non sono solo i bot a imitare gli umani. Sono anche gli umani a imitare i bot.

Le cause: nessuno ha rotto internet, lo abbiamo costruito così

La tentazione, davanti a questi dati, è di cercare un colpevole esterno, un attacco, una manipolazione orchestrata da qualcuno. La realtà è meno cinematografica e più scomoda. Internet non è stato rotto da un nemico. È stato costruito, scelta dopo scelta, perché arrivasse esattamente a questo punto.

Il meccanismo economico è lineare. I fornitori di intelligenza artificiale hanno addestrato i propri modelli sui contenuti del web senza compensare chi li aveva creati, e poi hanno rilasciato quegli stessi modelli che oggi inondano la rete di contenuti sintetici. Gli algoritmi di ranking di Google, ottimizzati per anni sull’engagement piuttosto che sulla qualità, avevano già preparato il terreno premiando i contenuti capaci di trattenere l’attenzione, non quelli capaci di informare. Quando è arrivata la generazione automatica, l’infrastruttura per sfruttare il sistema era già pronta. I publisher hanno scoperto di poter produrre contenuti per pochi centesimi invece di pagare scrittori umani. Tutti hanno ottimizzato per la scala e la velocità, e quasi nessuno si è fermato a chiedere se questo avrebbe reso internet un posto migliore.

C’è una continuità precisa tra questo fenomeno e il paradosso di produttività dell’AI, dove l’adozione massiccia di uno strumento precede la verifica del suo reale beneficio. Anche qui, la corsa all’adozione ha preceduto qualsiasi domanda sulle conseguenze sistemiche, e le conseguenze si stanno manifestando proprio mentre il settore accelera invece di rallentare.

Le conseguenze: l’economia che teneva in piedi il web sta cedendo

La degradazione dei contenuti non è solo un problema estetico o culturale. È un problema economico che sta già producendo effetti misurabili su chi vive di contenuti online. Il traffico di Google verso i publisher è crollato del 33% a livello globale tra il novembre 2024 e il novembre 2025. Le persone cercano sempre meno informazioni cliccando su un link e leggendo un articolo, e sempre più chiedendo direttamente a un chatbot, che risponde sintetizzando contenuti prodotti da altri senza mandare nessuno a leggere la fonte.

Questo innesca una spirale precisa. Se i siti perdono traffico, perdono ricavi pubblicitari. Se perdono ricavi, riducono la produzione di contenuti di qualità o chiudono. Se chiudono, scompare il materiale umano autentico da cui i sistemi AI attingevano per dare risposte sensate. La rete si svuota di contenuto originale proprio mentre si riempie di contenuto sintetico, e il fenomeno si autoalimenta. A questo si aggiunge il problema della fiducia: come ha documentato un’analisi di Adalytics, dal 2020 si contano milioni di casi in cui inserzioni pubblicitarie di grandi marchi sono state mostrate a bot che scansionavano il web invece che a utenti reali. In alcuni casi quasi comici, il server pubblicitario di Google ha mostrato annunci ai bot di Google stessa.

Lo stesso meccanismo della fiducia che cede sta arrivando anche dove meno te lo aspetti, dalla pubblicità alla cultura fino, come vedremo in un altro pezzo di questo percorso, alla ricerca scientifica, dove le fabbriche di paper automatizzate stanno mettendo sotto pressione il sistema della peer review.

Cosa resta quando metà degli interlocutori non esiste

La giornalista Taylor Lorenz ha sintetizzato la questione con una frase tagliente: internet era già malato terminale prima ancora che ChatGPT venisse annunciato e rilasciato, perché i sistemi di ranking algoritmico avevano già preparato il terreno a un flusso infinito di contenuti privi di valore. La dead internet theory, in questa lettura, non è la causa della morte della rete. È solo il certificato di un decesso avvenuto tempo prima, quando abbiamo deciso di misurare il valore di un contenuto dal numero di clic invece che dalla sua capacità di dire qualcosa di vero.

Eppure, dentro questo quadro, sta emergendo una reazione interessante che vale la pena nominare, perché è la stessa che attraversa tutto il discorso sul valore di cosa resta della scrittura umana in un mondo dove le macchine producono testi a costo zero. Man mano che il web gratuito si riempie di contenuti sintetici e intercambiabili, il contenuto umano verificato, originale, riconoscibile diventa più raro e quindi più prezioso. Quello che era gratis e aperto sta diventando caro e chiuso, e una parte degli utenti sta iniziando a pagare per spazi curati, verificati, popolati da persone reali.

È un movimento ancora minoritario, ma indica una direzione. La dead internet theory descrive un processo di degradazione, ma quel processo sta generando, per reazione, una nuova domanda di autenticità. La rete non è morta del tutto. Si è divisa in due: una parte sempre più vasta, automatizzata e priva di valore, e una parte più piccola, umana e sempre più difficile da raggiungere. Capire da che parte stare, come lettori e come chi i contenuti li produce, è probabilmente la decisione digitale più importante dei prossimi anni.

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Christian F. Digital Strategy Analyst
Christian Freda è analista, stratega digitale e co-founder di Zoom Out Lab. La sua passione per il digitale nasce dall’hardware: dai primi esperimenti con Commodore VIC-20, Spectrum e 386, fino a quasi trent’anni passati tra assemblaggio PC, sistemi, software e comportamento delle tecnologie. Oggi osserva marketing, branding, piattaforme e contenuti con lo stesso approccio: capire cosa c’è sotto la superficie, dove si inceppa il meccanismo e perché alcune strategie funzionano mentre altre falliscono.

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