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Z Side · Reality Glitch
A cura di Zoom Out Lab
Nel 2019, i ricercatori interni di Meta avevano già concluso che Instagram produceva confronti sociali negativi in modo più intenso di qualsiasi altro social network, peggiorando l’insoddisfazione corporea nelle adolescenti vulnerabili. Quei risultati non sono mai stati pubblicati. Nel 2021, davanti al Congresso americano, Meta ha dichiarato di non essere in grado di quantificare i danni delle proprie piattaforme sui giovani. I documenti erano già nei cassetti. La prima classe action europea contro Facebook, Instagram e TikTok ha aperto la sua prima udienza al Tribunale delle Imprese di Milano il 14 maggio 2026.
Frances Haugen aveva lavorato come product manager in Facebook per quasi due anni quando, nell’estate del 2021, ha cominciato a copiare decine di migliaia di pagine di documenti interni. Non li ha rubati nel senso drammatico che il termine evoca: li ha estratti dai sistemi aziendali a cui aveva accesso regolare, li ha organizzati, li ha consegnati al Wall Street Journal e poi, il 5 ottobre 2021, si è seduta davanti al Comitato per il Commercio del Senato americano e ha detto quello che quei documenti contenevano.
Le oltre ventimila pagine dei cosiddetti Facebook Files documentavano qualcosa di preciso e verificabile: Meta sapeva. Sapeva che Instagram era la piattaforma più dannosa per la percezione del corpo nelle adolescenti, più di qualsiasi altra testata, di qualsiasi altro social, di qualsiasi altro mezzo di comunicazione di massa. Sapeva che il 32% delle ragazze che si sentivano insoddisfatte del proprio corpo trovava in Instagram un amplificatore di quella insoddisfazione, non un rimedio. Sapeva che i propri algoritmi di raccomandazione spingevano i contenuti legati alla dieta, all’immagine corporea e alla perfezione estetica verso le utenti più giovani con una frequenza sproporzionata rispetto all’interesse dichiarato. Lo sapeva perché lo aveva misurato, con metodi rigorosi, in un programma di ricerca interno chiamato Project Mercury.
Quello che ha fatto con quella conoscenza è la parte della storia che merita attenzione.
I documenti che l’azienda ha scelto di non pubblicare
Project Mercury non era un esperimento marginale. Era un programma di ricerca strutturato, condotto da ricercatori con credenziali accademiche solide, finanziato internamente, che aveva prodotto risultati replicabili e documentati. Nel 2019, quando quei risultati erano già disponibili, Meta ha scelto di archiviarli. Non di confutarli, non di usarli per riprogettare le funzionalità incriminate, non di condividerli con i legislatori che in quel periodo stavano cercando di capire l’impatto dei social media sugli adolescenti.
Il marzo del 2021, Mark Zuckerberg testimoniava davanti al Congresso americano. Alla domanda diretta sugli effetti di Instagram sulla salute mentale dei giovani, ha risposto che la ricerca disponibile mostrava come l’uso dei social per connettersi con gli altri potesse avere effetti benefici sulla salute mentale. Era tecnicamente una risposta parziale: citava la ricerca che supportava la narrativa aziendale, tacendo quella che la contraddiceva. Project Mercury era già stato chiuso. I risultati erano già stati archiviati. La decisione di non pubblicarli era già stata presa ai livelli più alti dell’azienda, come hanno ricostruito le analisi sui documenti interni.
Adam Mosseri, il responsabile di Instagram, presente durante le audizioni, non ha contestato la sostanza delle rivelazioni di Haugen quando queste sono emerse. Non poteva farlo: i documenti erano troppo precisi, troppo interni, troppo suoi per essere smentiti. Ha invece scelto la strada dell’argomentazione: il danno riguardava una minoranza di utenti vulnerabili, l’azienda stava già lavorando per affrontare i problemi, i social media avevano anche molti effetti positivi. Erano argomentazioni parzialmente vere e strutturalmente irrilevanti rispetto alla domanda centrale, che era: perché Meta ha scelto di non rendere pubblici i risultati di una ricerca che aveva commissionato, pagato e poi archiviato?
Il fronte legale: da 42 stati americani alla prima udienza milanese
Le rivelazioni di Haugen hanno innescato una risposta legale che, cinque anni dopo, ha raggiunto dimensioni che probabilmente nessuno aveva previsto nel 2021.
Nel novembre 2023, quarantadue procuratori generali americani, in una coalizione bipartisan che attraversava trasversalmente Stati a guida democratica e repubblicana, hanno presentato una denuncia federale contro Meta accusandola di aver deliberatamente progettato le proprie piattaforme per creare dipendenza nei minori. Il procuratore della California, Rob Bonta, ha sintetizzato la posizione con una chiarezza che non lasciava spazio a interpretazioni: Meta ha danneggiato i bambini e gli adolescenti, coltivando la dipendenza per aumentare i profitti aziendali. La procuratrice di New York, Letitia James, ha aggiunto che Meta aveva “sfruttato la sofferenza degli adolescenti” creando deliberatamente funzionalità capaci di indurre comportamenti compulsivi e di minare l’autostima.
Nel 2026, un giudice californiano ha condannato Meta per i danni psicologici documentati agli adolescenti. La sentenza non chiude il contenzioso: apre uno scenario in cui oltre 14.000 famiglie americane hanno già intentato azioni legali analoghe, legate a disturbi alimentari, ansia, depressione e, nei casi più gravi, suicidio. Meta ha indicato di voler fare appello; i suoi avvocati sostengono che la responsabilità per i danni causati da contenuti di terzi sia protetta dalla Sezione 230 del Communications Decency Act, lo scudo legale che per trent’anni ha protetto le piattaforme digitali dalla responsabilità editoriale. Il dibattito su quel scudo, e sui suoi limiti, occupa oggi i tribunali americani in modo strutturale.
In Europa, il fronte si è aperto a Milano. Il 14 maggio 2026, al Tribunale delle Imprese di Milano, si è tenuta la prima udienza di quella che i promotori definiscono la prima class action inibitoria europea contro i social network. A promuoverla è il MOIGE, il Movimento Italiano Genitori, insieme allo Studio Legale Associato Ambrosio & Commodo e a un gruppo di famiglie. I convenuti sono Meta, con Facebook e Instagram, e TikTok. L’obiettivo non è il risarcimento economico, ma l’inibizione: costringere le piattaforme a modificare i propri meccanismi di design per renderli meno dannosi per i minori.
Il modello che produce il danno
Per capire perché la battaglia legale sia così complessa, bisogna capire che cosa, esattamente, si sta cercando di fermare.
Instagram, TikTok, Facebook e i social analoghi non danneggiano gli adolescenti nonostante il proprio design. Li danneggiano attraverso il proprio design, e la differenza è fondamentale sul piano della responsabilità. Lo scroll infinito, che elimina la fine naturale di una sessione e trasforma la navigazione in un flusso ininterrotto, è una scelta ingegneristica. Le notifiche calibrate per massimizzare il ritorno sulla piattaforma sono una scelta ingegneristica. I like come distribuzione di riconoscimento sociale, i filtri per le foto che normalizzano standard estetici irraggiungibili, i feed algoritmici che imparano a servire il contenuto emotivamente più stimolante: sono funzionalità progettate deliberatamente, testate con metodi scientifici, ottimizzate nel tempo per produrre il risultato cercato, ovvero il massimo tempo di permanenza sulla piattaforma.
Quello che i documenti di Haugen hanno reso irrecuperabilmente evidente è che Meta sapeva dove quella ottimizzazione produceva danni collaterali, aveva misurato quei danni, e aveva deciso che il costo valesse il beneficio. Come analizzato nella storia del pilastro di questo cluster, il cervello adolescente è neurologicamente diverso da quello adulto: la corteccia prefrontale non raggiunge la maturità prima dei venticinque anni, la vulnerabilità ai meccanismi di rinforzo dopaminergico è strutturalmente più alta, la dipendenza da riconoscimento sociale è parte integrante di una fase di sviluppo che si costruisce, appunto, nel confronto con i pari. Progettare un sistema che sfrutta quella vulnerabilità come leva di engagement su una popolazione di utenti dai dodici anni in su non è un incidente. È una politica.
I dark pattern che strutturano l’esperienza utente per massimizzare la permanenza sulla piattaforma funzionano su tutti gli utenti, adulti compresi. Sul cervello adolescente funzionano meglio, perché la resistenza all’impulso immediato, la capacità di valutare le conseguenze a lungo termine di un comportamento e la regolazione emotiva dipendono da strutture neurologiche che a quattordici anni non hanno ancora raggiunto la loro forma finale. Le piattaforme lo sapevano. È nei documenti.
La risposta di Meta e i suoi limiti strutturali
Negli anni successivi alle rivelazioni di Haugen, Meta ha introdotto una serie di misure che ha comunicato con grande visibilità: Account Supervisione che permette ai genitori di monitorare l’attività dei figli, limiti di tempo di utilizzo, modalità “Riposa” la notte, feed curati per gli adolescenti che privilegiano contenuti da amici rispetto a quelli algoritmici. Alcune di queste misure hanno un’utilità reale e parziale; nessuna tocca il meccanismo fondamentale.
Il limite strutturale di tutte le risposte di Meta è che richiedono un’azione attiva da parte dell’utente o del genitore per essere attivate, mentre il sistema di default è progettato per massimizzare l’engagement. Chi non configura nulla sperimenta la versione ottimizzata per la dipendenza. Chi configura tutto sperimenta qualcosa di marginalmente diverso, ma costruito sulla stessa architettura. L’unica risposta che affronterebbe il problema alla radice sarebbe ridisegnare i meccanismi fondamentali di engagement, eliminare lo scroll infinito, ridurre la frequenza delle notifiche, rimuovere i like visibili, cambiare i criteri di raccomandazione algoritmica. Sono le stesse modifiche che i documenti interni di Meta suggerivano come possibili sin dal 2019, e che l’azienda ha sistematicamente rifiutato di adottare su scala.
La ragione di quel rifiuto è trasparente nel bilancio: queste funzionalità guidano il tempo di permanenza sulla piattaforma, il tempo di permanenza guida i ricavi pubblicitari, i ricavi pubblicitari guidano il valore azionario. Il modello di business di Meta dipende dall’attenzione, e l’attenzione degli adolescenti è, per le ragioni neurologiche già descritte, la più facile da catturare e la più difficile da rilasciare.
Il punto che il dibattito evita
La questione che i tribunali stanno cercando di rispondere ha una dimensione che il dibattito pubblico tende a evitare, perché la risposta è scomoda per molti attori contemporaneamente.
Se Meta era a conoscenza dei rischi dal 2019, e se nonostante quella conoscenza ha continuato a ottimizzare le piattaforme nella stessa direzione, la responsabilità dell’azienda è difficilmente contestabile sul piano morale, anche quando rimane dibattuta sul piano legale. Ma la domanda che segue è altrettanto rilevante: dove erano i regolatori? L’Europa aveva il GDPR, aveva le basi legali per chiedere trasparenza sulle ricerche interne, aveva la possibilità di imporre audit indipendenti sugli algoritmi. L’Italia aveva il Garante, aveva la capacità di intervenire sulla tutela dei minori. Nessuno di questi strumenti è stato usato in modo efficace nel momento in cui sarebbe stato decisivo, ovvero tra il 2019 e il 2021, quando i documenti esistevano ma non erano ancora pubblici.
Quello che i Facebook Files hanno reso evidente, in modo che la storia non potrà dimenticare facilmente, è che la tutela dei minori nell’ambiente digitale non può essere affidata alle stesse aziende che traggono profitto dall’assenza di tutela. È una conclusione che suona ovvia a enunciarla, e che ha richiesto ventimila pagine di documenti interni, quarantadue procuratori generali americani e una classe action al Tribunale di Milano per diventare qualcosa di simile a una politica.

