Microsoft Copilot entertainment purposes only: illustrazione del contrasto tra il marketing professionale e il disclaimer nei termini di uso

Il contratto che Microsoft non voleva che leggessi

Microsoft Copilot entertainment purposes only: illustrazione del contrasto tra il marketing professionale e il disclaimer nei termini di uso

Z Side · Reality Glitch A cura di Zoom Out Lab


Microsoft ha investito 80 miliardi di dollari in AI nel 2026 e vende Copilot a 30 dollari al mese per utente come strumento professionale indispensabile. Nei suoi stessi termini di utilizzo, aggiornati a ottobre 2025, c’è scritto che Copilot è “solo per intrattenimento” e che non bisogna fidarsi dei suoi consigli per nulla di importante. Entrambe le cose sono vere. Questo è il problema.


Il contratto che Microsoft non voleva che leggessi

All’inizio di aprile 2026 qualcuno ha letto i termini di utilizzo di Microsoft Copilot. Non i comunicati stampa, non le slide delle conferenze, non le interviste di Satya Nadella. Il documento legale. Quello che firmano tutti e non legge quasi nessuno.

Nella sezione titolata in maiuscolo “IMPORTANT DISCLOSURES & WARNINGS”, i Microsoft Copilot Terms of Use aggiornati il 24 ottobre 2025 recitano: “Copilot is for entertainment purposes only. It can make mistakes, and it may not work as intended. Don’t rely on Copilot for important advice. Use Copilot at your own risk.”

La notizia è rimbalzata su ogni testata tech in pochi giorni. TechCrunch, The Register, Tom’s Hardware. I social si sono scatenati. Microsoft ha risposto dicendo che si tratta di “legacy language”, linguaggio residuo dall’epoca in cui Copilot era ancora Bing Chat, e che verrà aggiornato presto.

Peccato che il documento sia stato aggiornato il 24 ottobre 2025 non nel 2023, quando Copilot era ancora un esperimento. Nell’ottobre 2025 Microsoft stava già vendendo Copilot integrato in Word, Excel, Outlook e Teams a decine di migliaia di aziende in tutto il mondo.


Cosa dicono esattamente i termini di uso di Microsoft Copilot

Vale la pena leggere il testo per intero, perché è più radicale di quanto i titoli abbiano riportato. Oltre alla clausola sull’intrattenimento, i termini ufficiali specificano: “We do not make any warranty or representation of any kind about Copilot. For example, we can’t promise that any Copilot’s Responses won’t infringe someone else’s rights (like their copyrights, trademarks, or rights of privacy) or defame them. You are solely responsible if you choose to publish or share Copilot’s Responses publicly or with any other person.”

Tradotto: se Copilot ti genera un testo che viola il copyright di qualcun altro e tu lo pubblichi, il problema è tuo. Se ti produce informazioni false su una persona e tu le condividi, il problema è tuo. Se ti dà un consiglio sbagliato su cui baseresti una decisione di business, il problema è tuo.

Microsoft, nel frattempo, incassa 30 dollari al mese per utente.


Il numero che spiega tutto

Secondo i dati riportati da The Next Web, al secondo trimestre fiscale 2026 Microsoft contava 15 milioni di posti a pagamento per Microsoft 365 Copilot. Su 450 milioni di utenti commerciali eligibili. Significa che solo il 3,3% di chi potrebbe pagare lo fa.

L’indice NPS sulla qualità delle risposte di Copilot, misurato da Recon Analytics, era a -3,5 a luglio 2025, crollato a -24,1 a settembre 2025 e ancora negativo a -19,8 a gennaio 2026. Quando agli utenti viene chiesto di scegliere tra Copilot, ChatGPT e Gemini, solo l’8% sceglie Copilot. Il 44,2% di chi ha smesso di usarlo cita la sfiducia nelle risposte come motivo principale.

Questi numeri non sono stati secretati. Sono pubblici. E, con il beneficio del dubbio, si potrebbe pensare che la clausola “solo per intrattenimento” nei termini di uso sia la risposta legale a una realtà di prodotto che i dati confermano: uno strumento che spesso sbaglia, che gli utenti non si fidano abbastanza da pagare, e che nel caso di errori non garantisce nulla a nessuno.


La distinzione che Microsoft usa per difendersi

Va detto, perché la questione è più sfumata di come è circolata sui social: la clausola “entertainment purposes only” si trova nei termini per gli utenti individuali, non in quelli enterprise. Come spiega Office Watch, Microsoft 365 Copilot la versione venduta alle aziende è regolata da un documento separato, il Microsoft Products and Services Data Protection Addendum, che non contiene quel disclaimer.

Quindi tecnicamente chi usa Copilot dentro Word aziendale con licenza M365 non è coperto da quella clausola. Giusto.

Il problema è che “Copilot” è un brand unico che copre prodotti con framework legali completamente diversi, senza che nessuno lo spieghi con chiarezza agli utenti. E che la versione consumer quella che chiunque può usare su copilot.microsoft.com, su Windows 11, nelle app Microsoft senza licenza enterprise è quella su cui ricade esplicitamente la clausola. Migliaia di professionisti, freelance, piccole imprese che usano Copilot senza una licenza M365 Copilot sono, secondo i termini di Microsoft, utenti di uno strumento di intrattenimento.

Nessun altro tra i grandi player usa quella formula. Come nota Futurism, OpenAI avverte di non usare ChatGPT come unica fonte di verità, Google mette in guardia su consiglio medico e legale, xAI segnala che i risultati possono contenere allucinazioni. Nessuno chiama il proprio prodotto “intrattenimento”. È lo stesso disclaimer che usano i cartomanti per non essere citati in giudizio.


Non è solo Microsoft

Sarebbe comodo liquidare questa storia come un caso isolato di sciatteria legale di un’azienda specifica. Ma il meccanismo è trasversale all’intera industria AI, e lo abbiamo visto anche nel caso di Apple e lo scraping dei video YouTube: le aziende costruiscono prodotti che usano in modo aggressivo, li vendono come strumenti professionali indispensabili e poi, nel contratto che firmano tutti e legge nessuno, si deresponsabilizzano completamente dagli output.

È la struttura dei dark pattern applicata ai termini di servizio: non si tratta di ingannare con un’interfaccia, ma di costruire un documento legale volutamente opaco che trasferisce ogni rischio sull’utente finale nel momento in cui fa clic su “accetto”. Il consenso esiste formalmente. Il problema è che nessuno sa cosa sta accettando.

Il paradosso è che più l’AI diventa capace e integrata nei processi critici contratti, codice, analisi finanziarie, documenti legali più il gap tra il marketing e la realtà legale diventa rischioso. Non per Microsoft. Per chi usa il prodotto. Nel caso del model collapse che avevamo analizzato, il problema era la qualità decrescente dei modelli addestrati su output AI. Qui il problema è strutturale e contrattuale: un sistema in cui il fornitore non risponde di nulla, e l’utente risponde di tutto.


La lezione

I Microsoft Copilot Terms of Use non sono un bug. Sono una feature. Comunicano con precisione chirurgica dove si trova il rischio secondo Microsoft: da nessuna parte sul lato del fornitore, interamente sul lato dell’utente.

Questo è il Reality Glitch: non che l’AI faccia errori lo sappiamo tutti. Ma che nel momento in cui un prodotto AI viene integrato nei processi di lavoro reali di milioni di persone, il contratto che regola quella relazione sia stato scritto come se stessimo parlando di un videogioco.

“Legacy language”, dice Microsoft. Forse. Ma è rimasta lì per sei mesi mentre il prodotto veniva venduto come rivoluzione produttiva. E quando è venuta a galla, non è stata rimossa è stata promessa una revisione futura. Nel frattempo, i termini sono ancora online. Il prodotto si vende ancora. E tu, se usi la versione consumer, sei ancora il solo responsabile di quello che Copilot ti genera.

Leggere i termini di servizio prima di firmare non è paranoia. È il minimo sindacale per chiunque usi strumenti AI in contesti professionali. Il problema è che nessuno li legge. E le aziende lo sanno benissimo.


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Christian F. Digital Strategy Analyst
Christian Freda è analista, stratega digitale e co-founder di Zoom Out Lab. La sua passione per il digitale nasce dall’hardware: dai primi esperimenti con Commodore VIC-20, Spectrum e 386, fino a quasi trent’anni passati tra assemblaggio PC, sistemi, software e comportamento delle tecnologie. Oggi osserva marketing, branding, piattaforme e contenuti con lo stesso approccio: capire cosa c’è sotto la superficie, dove si inceppa il meccanismo e perché alcune strategie funzionano mentre altre falliscono.

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