Uno schermo di smartphone che scorre immagini bizzarre generate dall'AI con migliaia di like, immagine del fenomeno dell'AI slop che invade le piattaforme social

C’è un Gesù fatto di gamberi con milioni di like, dietro c’è un’economia precisa

Uno schermo di smartphone che scorre immagini bizzarre generate dall'AI con migliaia di like, immagine del fenomeno dell'AI slop che invade le piattaforme social

Z Side · Reality Glitch
A cura di Zoom Out Lab


Un gambero con il volto di Gesù, un trattore in pose ambigue, una donna in bicicletta con un cesto pieno di neonati e burritos. Sono immagini assurde, prive di senso, e raccolgono migliaia di like, commenti e condivisioni. Si chiamano AI slop, e non sono uno scherzo né un errore, sono il prodotto preciso di un’economia che paga il volume di attenzione, non il valore e quell’economia funziona benissimo.


Se hai aperto Facebook negli ultimi due anni, probabilmente hai incontrato il Gesù-gambero senza nemmeno cercarlo. È un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che raffigura un crostaceo con il volto sereno di Cristo, spesso accompagnata da didascalie come “Di’ Amen al Gesù-gambero per sette anni di fortuna”. Sotto, migliaia di commenti, molti dei quali rispondono semplicemente “Amen”. È diventato il simbolo di un fenomeno più ampio che ha un nome ormai entrato nel vocabolario comune: AI slop.

L’AI slop è contenuto di bassa qualità, prodotto in massa con strumenti di intelligenza artificiale, progettato per un unico scopo: generare engagement. Non informazione, non arte, non comunicazione, solo interazione. È uno dei volti più visibili di quel processo di degradazione del web che abbiamo analizzato parlando della teoria dell’internet morto, e ne rappresenta la dimensione più concreta e quotidiana, quella che chiunque può vedere scorrendo il proprio feed.

Come si produce lo slop: l’uomo che supervisiona una fabbrica che non capisce

Il meccanismo di produzione dell’AI slop è sorprendentemente semplice, e questa semplicità è parte del problema. Un produttore di slop ha descritto il workflow descritto da New York Magazine con una chiarezza quasi disarmante. Per prima cosa chiede a ChatGPT di generare prompt che probabilmente funzioneranno online, per esempio “dieci prompt adatti a Facebook sul tema di Gesù”. Poi inserisce quei prompt in strumenti di generazione di immagini come Leonardo o Midjourney. Infine pubblica i risultati. Il tutto richiede pochi minuti e nessuna competenza particolare.

In questo processo, l’essere umano è appena coinvolto. Non decide cosa sia bello, cosa sia significativo, cosa valga la pena dire. Si limita a supervisionare una catena di montaggio che non ha progettato e che non capisce fino in fondo. La macchina genera le idee, la macchina genera le immagini, e la persona si occupa solo di premere pubblica. È il web che sogna senza un sognatore: nessuno ha davvero deciso che un Gesù-gambero fosse bello, divertente o sensato. La forma è emersa dalla pressione degli algoritmi di engagement che incontravano la capacità dei modelli di generazione di immagini.

La scala: quando lo slop raggiunge milioni di persone

Sarebbe facile liquidare l’AI slop come un fenomeno marginale, roba da pagine sgangherate con nomi generici e didascalie in inglese sgrammaticato. I numeri raccontano una storia diversa. I ricercatori dello Stanford Internet Observatory hanno rilevato che l’AI slop può arrivare a posizionarsi nella classifica dei venti contenuti più popolari di Facebook. Non in fondo al feed, ma in cima. Un post con immagine AI ha raggiunto 40 milioni di persone nel 2023.

C’è un dato dei report di trasparenza di Meta che spiega perché questo accade. Nel secondo trimestre del 2024, il 30% dei contenuti che apparivano sulle bacheche degli utenti statunitensi di Facebook proveniva da fonti che quegli utenti non seguivano e a cui non erano collegati. Quei contenuti arrivavano dai sistemi di raccomandazione AI della piattaforma, che a volte spingono attivamente contenuti generati dall’intelligenza artificiale verso utenti che non li hanno mai cercati. Non devi andare a cercare il Gesù-gambero. È il Gesù-gambero che trova te. Lo slop ha anche raggiunto la viralità durante eventi di cronaca delicati, come quando immagini false generate dall’AI sono circolate durante il passaggio dell’uragano Helene in Florida nel settembre 2024, alimentando confusione in un momento in cui le persone cercavano informazioni reali.

La radice economica: l’arbitraggio algoritmico

Qui arriva il cuore della questione, ed è anche la parte che distingue l’AI slop da un semplice fastidio estetico. Perché qualcuno dovrebbe schierare flotte di account per produrre e diffondere immagini assurde? La risposta è economica, e si chiama arbitraggio algoritmico.

Piattaforme come Facebook, X e YouTube hanno introdotto negli anni programmi di condivisione dei ricavi che pagano i creatori in base al volume di engagement che generano. Più visualizzazioni, più commenti, più condivisioni, più soldi. Quando il contenuto da produrre costa praticamente nulla, perché lo genera una macchina in pochi secondi, e quando ogni interazione vale una frazione di centesimo, la matematica diventa semplice: produci enormi quantità di slop, alcune cose diventano virali, e la somma di tante frazioni di centesimo moltiplicate per milioni di interazioni diventa un reddito reale. Uno studio congiunto di Stanford e Georgetown ha documentato intere reti di pagine che pompano immagini AI non etichettate per far crescere il proprio pubblico e poi monetizzarlo.

Questo meccanismo è la conseguenza diretta di una scelta di progettazione fatta anni fa, quando gli algoritmi delle piattaforme hanno iniziato a ottimizzare per l’engagement invece che per la qualità. La stessa logica che ha permesso ai modelli di essere addestrati sul web senza compensare i creatori e poi rilasciati per inondare quello stesso web di contenuti sintetici. L’infrastruttura per sfruttare il sistema esisteva già. L’AI ha solo reso la produzione infinitamente più economica e veloce.

Perché le piattaforme non lo fermano

La domanda sorge spontanea: se l’AI slop degrada l’esperienza degli utenti, perché le piattaforme non intervengono in modo deciso? La risposta scomoda è che hanno un conflitto di interessi strutturale.

Il conflitto di interessi delle piattaforme è semplice da capire. Il contenuto virale, anche quando è spazzatura, trattiene gli utenti sulla piattaforma. Più tempo gli utenti passano sul sito, più pubblicità vedono, più ricavi genera la piattaforma. C’è quindi un incentivo economico a non rimuovere contenuti che funzionano, anche quando sono di bassa qualità. A questo si aggiunge un problema di scala reale: gli algoritmi producono contenuti in modo automatico e infinito, mentre la revisione umana non riesce a stare al passo con milioni di post al giorno. Meta ha iniziato ad aggiungere etichette ai contenuti generati dall’AI, ma il processo è imperfetto e molti post passano comunque.

C’è poi un costo che quasi nessuno mette in conto quando parla di slop, ed è quello ambientale ed energetico. Ogni immagine generata richiede potenza di calcolo, e ogni richiesta a un’AI consuma dieci volte l’energia di una ricerca tradizionale su Google, secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Moltiplicato per milioni di immagini di slop prodotte ogni giorno, l’impatto diventa concreto. Stiamo spendendo energia reale, con un costo ambientale reale, per produrre Gesù-gamberi che nessuno ha chiesto.

Cosa distrugge davvero lo slop

Al di là dell’assurdità superficiale, l’AI slop produce un danno preciso che vale la pena nominare. Svaluta il lavoro creativo umano. Quando gli algoritmi premiano il contenuto veloce, economico e strano, mettono in difficoltà chi produce contenuti che richiedono tempo, competenza e cura. Un’intelligenza artificiale può generare mille immagini in un’ora. Un illustratore, un fotografo, un giornalista non possono competere su quel terreno, e non dovrebbero nemmeno provarci, perché il valore del loro lavoro sta esattamente in ciò che la macchina non può replicare.

Questo è il punto in cui il fenomeno dell’AI slop si collega alla questione più ampia del valore. Man mano che il web si riempie di contenuti sintetici intercambiabili e privi di intenzione, il contenuto umano sta diventando un lusso, qualcosa di raro e quindi prezioso. La sovrabbondanza di slop non sta solo inquinando il feed. Sta ridefinendo cosa consideriamo valore, e sta spingendo verso una separazione netta tra un web gratuito sempre più automatizzato e privo di senso, e spazi più piccoli, curati e umani per cui le persone sono sempre più disposte a pagare.

Il Gesù-gambero, in fondo, non è uno scherzo dell’algoritmo. È il ritratto fedele di un sistema che ha imparato a produrre infinito significato apparente a costo zero, e che ha scoperto che il significato apparente, sui social, vale esattamente quanto quello reale. Almeno finché qualcuno continua a rispondere “Amen”.

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Christian F. Digital Strategy Analyst
Christian Freda è analista, stratega digitale e co-founder di Zoom Out Lab. La sua passione per il digitale nasce dall’hardware: dai primi esperimenti con Commodore VIC-20, Spectrum e 386, fino a quasi trent’anni passati tra assemblaggio PC, sistemi, software e comportamento delle tecnologie. Oggi osserva marketing, branding, piattaforme e contenuti con lo stesso approccio: capire cosa c’è sotto la superficie, dove si inceppa il meccanismo e perché alcune strategie funzionano mentre altre falliscono.

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