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Z Side · Reality Glitch
A cura di Zoom Out Lab
Per trent’anni internet è stata la promessa di un sapere libero e gratuito per tutti. Quella promessa ha funzionato finché il web era abitato soprattutto da persone. Ora che metà del traffico è automatizzato e tre nuove pagine su quattro contengono materiale prodotto da una macchina, qualcosa si è rotto, e la reazione è silenziosa ma profonda: il contenuto umano autentico si sta ritirando dietro i paywall, dentro le chat private, nei recinti a pagamento. I contenuti umani premium sono il nuovo lusso di un web che ha smesso di fidarsi di se stesso.
C’è un gesto che molti di noi hanno iniziato a fare senza accorgersene. Quando cerchiamo un parere onesto su un prodotto, un ristorante, un libro, non ci fidiamo più della prima pagina di Google. Aggiungiamo “reddit” alla ricerca, oppure chiediamo a un gruppo chiuso, a un canale Telegram, a una persona di cui ci fidiamo. Non è una scelta tecnica. È un atto di sfiducia verso il web aperto, e racconta una trasformazione che vale la pena guardare da vicino.
Il fenomeno dei contenuti umani premium nasce da questa sfiducia. È la conseguenza diretta di quel processo di degradazione che abbiamo descritto parlando della teoria dell’internet morto: più il web gratuito si riempie di rumore generato dalle macchine, più ciò che è autentico, verificato e umano diventa raro. E ciò che diventa raro, in qualunque mercato, diventa prezioso.
Una promessa che ha funzionato per trent’anni
Vale la pena ricordare da dove veniamo, perché il presente si capisce solo nel suo contrasto con il passato. Negli anni Novanta esistevano già i recinti. AOL e CompuServe tenevano gli utenti dentro i propri confini, offrendo un internet addomesticato e controllato. Per un breve periodo siamo riusciti a uscirne, e abbiamo conosciuto il web aperto: una rete di siti indipendenti, blog personali, pagine costruite a mano, dove chiunque poteva pubblicare e chiunque poteva leggere, senza un guardiano a decidere cosa meritasse di esistere.
Poi i recinti sono tornati, ma più belli. Come ricostruisce la fine del web aperto raccontata da CovMedia, Facebook somigliava a una piazza, non a un muro; Instagram a una rivista, non a una gabbia. La differenza la abbiamo capita tardi. Quando ce ne siamo accorti, vivevamo già dentro l’algoritmo di qualcun altro, e le voci più piccole erano ormai sepolte sotto il rumore ottimizzato per l’engagement, oppure messe a pagamento. Il web aperto non è stato ucciso da un nemico. Si è eroso lentamente, mentre noi ci trasferivamo, una comodità alla volta, in spazi più curati e più chiusi.
I numeri di una concentrazione che continua
La direzione del movimento è leggibile nei dati economici, che raramente mentono. Secondo le rilevazioni riprese di recente, il 67% della spesa pubblicitaria digitale statunitense è concentrata in cinque piattaforme, e il divario tra questi recinti e il web aperto si allarga di anno in anno. Cinque aziende decidono dove vanno i soldi, e quindi, indirettamente, quali contenuti possono permettersi di esistere.
A questa concentrazione si aggiunge un colpo nuovo, arrivato con l’intelligenza artificiale generativa. Quando un chatbot risponde a una domanda riassumendo contenuti prodotti da altri, l’utente ottiene la risposta senza mai visitare la fonte. Il sito che aveva scritto quell’informazione non riceve traffico, non riceve ricavi pubblicitari, non ha più alcun motivo economico per continuare a produrre. La rete si svuota di chi la riempiva di valore, proprio mentre si riempie di chi la riempie di rumore. È il cuore di quella che molti hanno cominciato a chiamare con un termine crudo ma efficace, “enshittification”, il progressivo peggioramento di un servizio digitale che prima conquista gli utenti e poi li sfrutta.
La spaccatura: due internet che si allontanano
Il risultato di questo processo non è la morte del web, ma la sua divisione in due metà sempre più distanti. Da una parte cresce un web fatto di contenuti economici, infiniti e intercambiabili, dove regna l’economia che premia i contenuti spazzatura e dove distinguere il vero dal generato richiede uno sforzo che pochi hanno voglia di fare. Dall’altra si forma un arcipelago di spazi più piccoli e più curati: comunità chiuse, newsletter a pagamento, chat private, siti che lavorano a un modello sostenibile fatto di abbonamenti invece che di pubblicità.
La spaccatura del web descritta da Disruptive Conversations coglie bene questa biforcazione. Da un lato un web saturo di contenuti a basso sforzo; dall’altro un mondo di arte, intrattenimento e informazione fatti da persone, che vive dietro i paywall, dentro le stanze private, su piattaforme che cercano un equilibrio economico diverso. Le persone si spostano verso questi recinti per una ragione precisa: evitare lo spam, sfuggire alla banalità, ritrovare interlocutori reali. Pagano per stare al riparo dal rumore che il web gratuito ormai produce in quantità industriale.
C’è un’ironia amara in tutto questo, e conviene nominarla. Stiamo tornando esattamente al punto di partenza. I recinti degli anni Novanta erano una prigione da cui volevamo uscire. I recinti di oggi sono un rifugio in cui chiediamo di entrare. La differenza non è nei muri, che sono gli stessi. È nel paesaggio fuori dai muri, che è diventato inabitabile.
Il prezzo del ritiro
Ritirarsi dentro i recinti ha un costo, e non è solo quello dell’abbonamento. Quando il sapere e la cultura migrano dietro i paywall, chi non può pagare resta fuori. Il web aperto, con tutti i suoi difetti, aveva almeno il pregio dell’accessibilità: un ragazzo senza soldi poteva imparare a programmare, studiare la storia, leggere un saggio, esattamente come chi i soldi li aveva. La transizione verso i contenuti umani premium rischia di riportare una vecchia disuguaglianza in una veste nuova, dove la qualità dell’informazione a cui hai accesso dipende da quanto puoi spendere.
Lo abbiamo già visto accadere altrove. Quando lo streaming ha ricostruito i recinti che aveva abbattuto, frammentando i cataloghi in una dozzina di abbonamenti separati, ha riprodotto le stesse condizioni di esclusione che la promessa iniziale prometteva di superare. Il meccanismo è identico: una tecnologia nasce aperta e accessibile, conquista tutti, poi si chiude e mette a pagamento ciò che prima era incluso. Il contenuto umano sul web sta seguendo la stessa curva, e la differenza è che qui in gioco non c’è l’intrattenimento di una serata, ma l’accesso alla conoscenza.
Il valore del fantasma
Eppure, dentro questa storia di chiusura e di prezzi, c’è qualcosa che vale la pena difendere, ed è la ragione stessa per cui le persone sono disposte a pagare. Non pagano per il contenuto in sé, che le macchine producono ormai a costo zero e in quantità illimitata. Pagano per qualcosa che la macchina non sa produrre: l’intenzione, il giudizio, l’esperienza vissuta, la voce di qualcuno che ha pensato davvero a quello che scrive.
È la stessa distinzione che attraversa il discorso su cosa resta della scrittura umana quando a produrre testi è una macchina. C’è una scrittura che si può generare, riprodurre, automatizzare, e c’è una scrittura che porta dentro di sé qualcosa che eccede la tecnica, il fantasma di un’esperienza umana reale. Il primo tipo di contenuto sta inondando il web gratuito e sta perdendo valore proprio per la sua abbondanza. Il secondo sta diventando raro, e proprio per questo le persone hanno ricominciato a riconoscerlo e a sceglierlo.
In questo senso, il fenomeno dei contenuti umani premium non è soltanto una brutta notizia sulla fine del web libero. È anche, paradossalmente, una buona notizia sul valore dell’umano. In un mondo dove le macchine producono significato apparente a costo zero, l’unica cosa che acquista valore è il significato vero. La degradazione del web sta insegnando a una generazione a riconoscere la differenza tra ciò che è prodotto e ciò che è pensato, tra ciò che riempie il tempo e ciò che lo merita. È una lezione che paghiamo cara, perché la stiamo imparando perdendo qualcosa che credevamo nostro per sempre. Ma è una lezione che, forse, valeva la pena imparare.

