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Z Side · Reality Glitch
A cura di Zoom Out Lab
Meta Ray-Ban prometteva: “designed for privacy, controlled by you.” La realtà: quando dici “Hey Meta”, il video registrato dai tuoi occhiali viene mandato a contractor in Kenya che lo guardano, lo etichettano e lo usano per addestrare l’AI. Sette milioni di paia vendute nel 2025. Le persone riprese non ne sapevano nulla.
Hai comprato degli occhiali. Hai assunto un testimone che lavora per qualcun altro
Un uomo mette i suoi Ray-Ban Meta sul comodino e lascia la stanza. La sua compagna entra, non sa che gli occhiali sono ancora attivi, si cambia. Quella scena viene ripresa, caricata su un server, inviata a Nairobi in Kenya, dove un contractor la guarda, la etichetta e la inserisce in un dataset di addestramento per l’intelligenza artificiale di Meta.
Né lui né lei lo sapevano.
Questa non è una storia ipotetica. È uno dei casi documentati nell’indagine pubblicata il 27 febbraio 2026 dai giornali svedesi Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten, che per mesi hanno intervistato i lavoratori del subappaltatore keniota Sama la società che Meta ha ingaggiato per revisionare i video catturati dagli occhiali smart. Come riporta Help Net Security, quei lavoratori hanno descritto senza eufemismi cosa passava sui loro schermi ogni giorno: persone in bagno, scene di sesso, codici di carte di credito, pornografia guardata indossando gli occhiali. “Vediamo tutto dai salotti ai corpi nudi. Meta ha quel tipo di contenuto nei suoi database,” ha detto uno degli annotatori ai giornalisti.
Il meccanismo che nessuno ha spiegato
I Ray-Ban Meta sono occhiali normali per aspetto, con una fotocamera, un microfono e un assistente AI integrato. Quando l’utente dice “Hey Meta”, gli occhiali attivano la funzione AI e il video viene inviato al cloud per essere elaborato. È lì che entra in gioco la pipeline di addestramento.
Il punto critico, come spiega Recording Law, è che i video non vengono solo processati automaticamente vengono anche revisionati da esseri umani. I contractor di Sama a Nairobi li guardano, li etichettano, li classificano. È così che funziona l’addestramento dell’AI: servono milioni di esempi annotati da persone reali che dicono al sistema cosa sta vedendo.
Meta lo dichiara nella sua privacy policy, con una formula vaga: “in some cases, Meta will review your interactions with AIs… this review may be automated or manual (human).” Quello che non dice è dove avviene questa revisione manuale, chi la fa, cosa vede esattamente, per quanto tempo i video vengono conservati, e soprattutto che i contenuti includono momenti che le persone non avevano mai inteso condividere con nessuno.
Gli occhiali hanno una piccola spia LED che si accende durante la registrazione. In teoria serve ad avvisare le persone intorno. In pratica, come nota la Electronic Frontier Foundation nel suo avviso del marzo 2026, la luce è quasi invisibile alla luce del giorno, può essere coperta facilmente, e non significa nulla per chi non sa cosa rappresenta. I commessi dei negozi che vendono gli occhiali, quando i giornalisti svedesi li hanno intervistati, non sapevano rispondere a domande basilari su cosa trasmettono i dispositivi.
Sette milioni di testimoni silenziosi
Nel 2023 e 2024 Meta aveva venduto complessivamente circa 2 milioni di paia di Ray-Ban smart. Nel 2025 le vendite sono triplicate: 7 milioni di paia in un solo anno, come riportato da TechCrunch. Il successo è stato in parte attribuito a un elemento preciso: gli occhiali sembrano normali. Non c’è nulla che li faccia sembrare tecnologia. Non hanno il problema di Google Glass, che morì anche perché chi li indossava veniva riconosciuto e stigmatizzato socialmente.
Meta ha risolto il problema estetico. Il problema della privacy non è stato risolto. È stato nascosto.
Ogni paio di occhiali venduto è un potenziale dispositivo di registrazione attivo in ambienti privati case, camere da letto, studi medici, spogliatoi indossato da qualcuno che forse non ha letto i termini di servizio, intorno a persone che certamente non li hanno firmati. Le persone riprese negli episodi descritti dai contractor kenioti non erano gli utenti degli occhiali. Erano le loro partner, i loro familiari, i passanti. Nessuno di loro aveva acconsentito a nulla.
È lo stesso problema strutturale che avevamo visto con lo sharenting: i dati di chi non ha voce in capitolo in quel caso i bambini, qui i non-utenti vengono acquisiti e processati da sistemi pensati solo per proteggere chi ha firmato i ToS, non chi appare nel video.
Il memo che spiega tutto
A febbraio 2026 il New York Times ha pubblicato documenti interni di Meta che rivelano i piani per la funzione “Name Tag”: riconoscimento facciale in tempo reale integrato negli occhiali Ray-Ban. L’utente guarderebbe una persona, l’AI identificherebbe il volto, recupererebbe nome, profilo Instagram e informazioni pubbliche associate.
La parte più rivelatrice non è la tecnologia. È la strategia di lancio. Secondo Gizmodo, un memo interno di Meta del maggio 2025 recita: “We will launch during a dynamic political environment where many civil society groups that we would expect to attack us would have their resources focused on other concerns.”
Traduzione: lanceremo il riconoscimento facciale di massa mentre i gruppi per i diritti digitali sono troppo occupati con altre battaglie politiche per contrastarci efficacemente.
Non è una valutazione di rischio etico. È un calcolo di opportunità comunicativa. L’azienda sapeva che la funzione avrebbe sollevato obiezioni lo dice esplicitamente e ha pianificato il lancio in modo da minimizzare la resistenza. Questo memo è emerso pubblicamente. Meta non lo ha smentito.
Quello che i due studenti di Harvard avevano già dimostrato
Nell’ottobre 2024 due studenti universitari di Harvard, AnhPhu Nguyen e Caine Ardayfio, avevano costruito un sistema chiamato I-XRAY: Ray-Ban Meta collegati a un motore di riconoscimento facciale commerciale, capace di identificare estranei per strada in tempo reale. Nome, indirizzo di casa, numero di telefono tutto recuperato in poco più di un minuto, come documentato da 404 Media. Il video della dimostrazione ha superato i 20 milioni di visualizzazioni.
I due studenti lo hanno costruito per dimostrare che era possibile, non per usarlo. Non hanno rilasciato il codice. Ma il punto è esattamente quello: quello che loro hanno fatto in quattro giorni con componenti commerciali disponibili, Meta sta pianificando di trasformare in una feature di prodotto per milioni di utenti.
Il riconoscimento facciale non trasforma gli occhiali in qualcosa di diverso da quello che sono già. Li rende solo esplicitamente quello che implicitamente sono da quando il primo paio è stato venduto: un dispositivo che può identificare chiunque ti stia vicino senza che quella persona ne sappia nulla.
Chi sta guardando adesso
La class action depositata il 5 marzo 2026 Bartone v. Meta Platforms Inc. accusa Meta di pubblicità ingannevole e violazione delle leggi sulla privacy. I plaintiffs dicono di aver comprato gli occhiali fidandosi del marketing “designed for privacy, controlled by you” e di non aver trovato da nessuna parte un avviso chiaro che i loro video sarebbero stati visionati da lavoratori all’estero.
Il garante britannico ICO ha aperto un’indagine formale. Il Kenya, dove lavora Sama, ha avviato un’indagine attraverso il suo Office of the Data Protection Commissioner. Sessantaquattro organizzazioni hanno inviato una lettera congiunta al Congresso americano chiedendo di bloccare Name Tag prima del lancio.
Meta ha risposto con una dichiarazione di routine: i dati vengono filtrati, la pratica è descritta nei termini di servizio, è coerente con gli standard del settore. Non ha risposto alle domande specifiche dei giornalisti svedesi per due mesi, poi ha rilasciato quella dichiarazione senza affrontare nessuno dei punti sollevati.
È lo stesso schema che avevamo analizzato con Microsoft Copilot e i suoi termini di servizio: il contratto esiste, è pubblicamente accessibile, contiene le informazioni necessarie. Il problema è che è stato progettato per essere accettato senza essere letto, e il marketing comunica attivamente il contrario di quello che il contratto garantisce. Sono i dark pattern applicati non all’interfaccia ma alla comunicazione istituzionale.
La lezione
Il Reality Glitch qui non è che Meta abbia fatto una cosa illegale quello lo stabilirà un tribunale. Il glitch è strutturale: abbiamo costruito un sistema in cui un oggetto che sembra un paio di occhiali da sole è in realtà un nodo in una pipeline industriale di raccolta dati che coinvolge server cloud, subappaltatori in tre continenti, lavoratori in Kenya sotto NDA, e un dataset di addestramento che cresce ogni volta che qualcuno dice “Hey Meta” in casa propria.
E il passo successivo il riconoscimento facciale in tempo reale, pianificato e programmato trasformerà quegli occhiali in qualcosa che può identificare chiunque ti stia intorno senza che quella persona abbia mai firmato nulla, installato nulla, o anche solo saputo che esiste un prodotto chiamato Ray-Ban Meta.
Non è fantascienza. I due studenti di Harvard lo hanno costruito in quattro giorni. Meta ci sta lavorando da anni.
Come già avevamo visto con il caso Apple e i video YouTube usati senza consenso per addestrare l’AI, la logica è sempre la stessa: i dati vengono raccolti perché tecnicamente è possibile farlo, perché c’è valore economico nel farlo, e perché il quadro legale non ha ancora stabilito con precisione dove finisce il permesso implicito e inizia la violazione. Nel frattempo, il prodotto è già sul mercato. E gli occhiali sembrano normalissimi.

